Neuroni allo specchio

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Il nostro cervello non distingue nettamente il mondo reale da quello immaginario, ecco perchè guardando un film ci emozioniamo più spesso di quanto non accada nella vita reale. Giacomo Rizzolatti è lo scienziato che ha scoperto i “neuroni specchio” e che recentemente è stato insignito per questo dell’Oscar della Scienza. La teoria dei neuroni specchio sostiene tra le mole altre cose che osservare qualcuno mentre compie un’azione attiva nel nostro cervello le stesse aree che si attiverebbero se fossimo noi stessi a compiere quella azione. Questi particolari neuroni fanno risuonare nel cervello attraverso i ricordi, le emozioni…cosa significa per me quella data azione. Quando entriamo in relazione con gli altri, i nostri cervelli in un certo senso si “sintonizzano”.

L’osservazione diventa fondamentale, perchè osservare ci permette di immagazzinare sempre più emozioni e ricordi. Gallesi sostiene che frequentando in maniera seriale alcune persone finiamo per assomigliargli. Questo succede perchè l’uomo ha un naturale bisogno di irreale. Questa fame si manifesta sin dalla nostra infanzia quando uno dei giochi preferiti diventa: “facciamo finta che…”. Alla fine le storie diventano una sorta di allenamento per la nostra mente attraverso continue simulazioni. Schermata 2014-06-29 a 12.03.12Questo istinto narrativo ci ha permesso di sopravvivere e solitamente siamo attratti dalle storie complicate, intricate zeppe di pericoli e difficoltà. Questa scoperta mi porta a pensare che in qualche modo siamo portati a cercare storie che in qualche modo ci facciano crescere. Se vuoi conoscere davvero la storia di una persona chiedigli di raccontarti la sua infanzia, di solito è in quegli anni che nascono le “attitudini”. Mi vengono in mente due esempi che amo raccontare. Il primo riguarda il regista Hayao Miyazaki. I suoi capolavori sono noti a tutti e guardandoli non puoi non notare la sua smisurata passione per il volo e le macchine volanti. In ogni suo film trovi un riferimento sull’argomento. Ho poi scoperto che il padre di Hayao possedeva una fabbrica di componenti per aerei. Oppure ti stupisci del suo modo così unico e speciale di raccontare i sentimenti, belli o brutti che siano. Le sue trame raccontano spesso del rapporto tra genitori e figli, c’è sempre una carica emotiva fortissima che porta lo spettatore a vivere le stesse emozioni dei personaggi. Poi scopri che a causa di una brutta malattia la madre di Miyazaki venne ricoverata in ospedale per nove anni.

L’altro esempio riguarda uno dei miei creativi preferiti Bruno Munari. Tutti conosciamo la sua fervida immaginazione, autentica, pura, semplice. Mi ha sempre affascinato la sua storia e la sua infanzia. Un giorno ho trovato queste parole che raccontano proprio un ricordo personale di quegli anni e capisci…

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“Il luogo della Macchina era lontano. […]Passavamo uno alla volta sulla stretta passerella di legno che collegava il mulino alla riva. […] Tutta la Macchina era di vecchio legno ormai grigio […] cigolava, scricchiolava, borbottava, gorgogliava […]. La Grande Ruota era uno spettacolo continuamente variato […] E mentre i miei amici correvano in tutti gli angoli praticabili del mulino, cercavano di scassinare la porta della capanna, tiravano sassi agli uccelli acquatici; io ero là, vicino alla Grande Ruota, con l’acqua del fiume che passava continuamente sotto le assi sulle quali ero appoggiato, come sospeso per aria, ad ammirare lo spettacolo continuo dei colori, delle luci, dei movimenti della Grande Ruota. Oggi come oggi, sono andato in macchina a vedere se c’era ancora il mulino; la strada è brevissima, l’argine è basso, il mulino non c’è più”.

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