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Intelligens: quando l’Architettura smette di essere solo bella per diventare necessaria – Biennale Architettura Venezia – 2025

Cammino tra le corderie dell’Arsenale e sento il calore che mi avvolge come una morsa. Non è il tepore di una giornata veneziana di luglio, ma quello artificiale, insopportabile, dell’installazione di Michelangelo Pistoletto che mi accoglie all’ingresso della Biennale di Architettura 2025. The Third Paradise Perspective non è un benvenuto gentile: è uno schiaffo climatico che mi ricorda immediatamente dove siamo e soprattutto dove stiamo andando.

In uno scenario quasi distopico che riproduce le prospettate condizioni climatiche future di Venezia (l’installazione “Terms and Conditions” – Transsolar, Bilge Kobas, Daniel A. Barber, Sonia Seneviratne, basata sulla ricerca scientifica: Pierini, L., Hauser, M., Bresch, D. N., and Seneviratne, S. I., 2025: Venice in a Changing Climate: Literature Review. ETH Zurich), il Terzo Paradiso emerge come unica sorgente di luce e speranza, conducendo lo spettatore – letteralmente e simbolicamente – verso il cuore della Biennale e verso una visione rigenerativa del domani.

Carlo Ratti, il curatore di questa edizione dal titolo programmatico Intelligens. Natural, Artificial, Collective, ha scelto di non addolcire la pillola. E me ne accorgo subito quando, superato il calore asfissiante, mi trovo davanti a un muro di mattoni che blocca completamente la vista. The Other Side of the Hill – firmato da Geoffrey West, Roberto Kolter, Beatriz Colomina e Mark Wigley, realizzato da Patricia Urquiola – è una metafora fisica del nostro futuro demografico: cosa accade quando la crescita della popolazione raggiunge il picco e poi crolla?

La risposta è dall’altra parte del muro, dove una popolazione microbica prospera sapendo bilanciare il consumo delle risorse. Il messaggio è chiaro fin da subito: possiamo restare fermi di fronte all’ostacolo, oppure decidere di superarlo. Ma per farlo dobbiamo accettare di cambiare completamente il nostro modo di pensare l’architettura.

Un manifesto contro l’individualismo creativo

Quello che Ratti mette in scena all’Arsenale – unica sede espositiva quest’anno per l’inagibilità del Padiglione Centrale ai Giardini – è una visione radicalmente diversa dell’architettura. Non più disciplina solitaria dell’ego creativo, ma orchestra di saperi eterogenei. Non più monumento all’individualità dell’architetto-star, ma laboratorio dinamico di collaborazione.

Attraverso quasi 200 progetti sviluppati da team interdisciplinari, la Biennale di Ratti mette in scena un paesaggio contemporaneo complesso, frammentato, sperimentale. Un territorio dove il ruolo del curatore – e per estensione dell’architetto – diventa quello di selezionare, organizzare, suggerire letture, ipotizzare vie alternative.

È il perfetto risultato della doppia formazione di Ratti: le radici italiane che sanno di umanesimo e lo sviluppo americano al MIT, dove dirige il Senseable City Lab. Una sintesi che si traduce in un approccio che coniuga rigore razionale e apertura interdisciplinare, proprio come nel suo storico pamphlet Architettura Open Source.

Il coraggio di navigare nella complessità

L’allestimento firmato dallo studio Sub di Niklas Bildstein Zaar rispecchia perfettamente questa filosofia: le tre sezioni principali – Intelligenza Naturale, Artificiale, Collettiva – sono formalmente distinte ma la navigazione tra i progetti è tutt’altro che lineare. E forse è proprio questa difficoltà l’ennesima metafora del nostro tempo: la conoscenza si conquista ampliando lo sguardo, accettando l’instabilità, mettendo in discussione le certezze.

Nella sezione sull’Intelligenza Naturale scopro progetti che ridefiniscono completamente il rapporto tra costruito e natura. L’Hyper Sponge di Jiawei Huang per la gestione idrica urbana basata sul suolo dialoga con Resourceful Intelligence di Park Associati, che associa al racconto di progetti di recupero uno studio sulla presenza di materiali architettonici potenzialmente fruibili sul territorio milanese. Urban mining come poetica del riuso.

Mi colpisce particolarmente Metabolic Home di Kallipoliti, Markopoulou e Post-Spectacular Office, dove la coabitazione tra specie diventa dispositivo metabolico, e Revival of Ordinary Trees di Vector Architects, che mette gli alberi al centro del recupero edilizio come testimoni del territorio. C’è persino spazio per il mare, con l’installazione dedicata all’uso del DNA delle alghe per lo storage dei dati (Coding Plants, Terreform One) e ai modelli predittivi per la rigenerazione marina con Sea Oasis di Dotdotdot.

La materia come soglia sensibile

La sezione Matter Makes Sense, coordinata da Ingrid Paoletti, Stefano Capolongo, Konstantin Novosëlov e Margherita Palli Rota, è un’esperienza quasi tattile. Allestita con partizioni in tessuto che guidano il visitatore in un’esplorazione graduale, racconta la materia come soglia sensibile tra umano e natura.

Qui la materia smette di essere semplice supporto costruttivo per diventare strumento espressivo ed emotivo. Tutto ciò che esiste in natura può trasformarsi in risorsa architettonica: dalle ostriche al micelio, dalla fibra di banana al biocalcestruzzo, fino ai filamenti per stampa 3D ottenuti dalla cenere degli incendi e ai mattoni recuperati da edifici distrutti, riparati con biomateriali.

Intelligenze artificiali al servizio dell’Umanità

Nella sezione sull’Intelligenza Artificiale, accanto agli immancabili robot conversazionali e alle sempre spettacolari immagini generate dall’AI di Refik Anadol, trovo proposte concrete e immediatamente applicabili. Grimshaw Architects e Arup Australia propongono di reintegrare i data center nelle città in chiave circolare: acque reflue per il raffreddamento, calore emesso per il riscaldamento residenziale.

Recycling Intelligences mostra invece come una rete neurale generativa addestrata su concorsi pubblici possa produrre proposte di edilizia sociale sostenibile, accessibile e inclusiva. L’intelligenza artificiale non come fine a se stessa, ma come strumento per affrontare le emergenze abitative del nostro tempo.

La forza della progettazione partecipativa

L’ultima parte dell’Arsenale è dedicata all’Intelligenza Collettiva, con esperienze di progettazione partecipativa come quella sulle Vele di Napoli a cura di CRA, e momenti di resistenza organizzata. La sezione Out guarda poi al futuro e all’immaginazione: dalla città ideale immaginata attraverso l’audio di Jean-Michel Jarre alla City of Plants di Ma Yansong, dove l’AI trasforma i dati delle piante in paesaggi sonori.

Non manca lo spazio: dalla colonia marziana immersa nel ghiaccio alla tenda-casa realizzata con materiali delle tute spaziali (Spacesuits.Us). Ma il messaggio finale è chiaro: l’esplorazione dello spazio non è una via di fuga, ma un mezzo per migliorare la vita qui, nell’unica casa che conosciamo.

Il laboratorio vivente di Venezia

Con il Padiglione Centrale chiuso per ristrutturazione, Venezia si trasforma in un laboratorio vivente. Installazioni, prototipi ed esperimenti della mostra principale rompono gli argini delle sedi canoniche per dare vita a un’edizione diffusa in città. Come il progetto per depurare le acque dei canali veneziani e “creare il miglior caffè espresso d’Italia” firmato da Diller Scofidio + Renfro e lo chef Davide Oldani: una provocazione che dimostra come le sfide ambientali possano integrarsi nel tessuto della vita quotidiana.

Partecipano oltre 750 professionisti per più di 280 progetti esposti: architetti e ingegneri, ovviamente, ma anche matematici e scienziati del clima, filosofi e artisti, cuochi e programmatori, scrittori e intagliatori, agricoltori e stilisti.

“Intelligens sfida la tradizione dell’architetto come unico creatore”, proponiamo un modello di autorialità più inclusivo, ispirato alla ricerca scientifica.” (Carlo Ratti)

Fabbrica dell’aria: quando le piante diventano coinquiline

Tra i progetti che più mi hanno colpita c’è Fabbrica dell’Aria.2 di PNAT, il collettivo guidato dal neurobiologo vegetale Stefano Mancuso. Alle Corderie, una serra intelligente brevettata trasforma le piante in veri e propri “coinquilini” d’eccellenza, amplificandone le capacità depurative e mostrando in tempo reale come inattivino gli inquinanti presenti negli spazi chiusi.

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Viviamo in un momento storico in cui l’architettura deve integrare la natura per migliorare il benessere delle persone”. “Il 78% della popolazione vive in città e spendiamo la maggior parte del nostro tempo dentro case e uffici. È una questione di salute pubblica.” (Stefano Mancuso)

La struttura ottagonale in acciaio sagomato a freddo, rivestita in malta ecologica a base di lolla di riso e calce aerea, con interni specchianti e soffitto dicroico, crea un ambiente virtualmente senza confini. I dati sulla qualità dell’aria sono accessibili in tempo reale da smartphone, tablet o computer: natura e tecnologia che dialogano per reinventare il modo in cui abitiamo il pianeta.

Una last call umanistica

Esco dalla Biennale con una sensazione diversa da quella provata in passato. Non la consueta sazietà estetica delle grandi mostre, ma una inquietudine produttiva. Ratti non ha costruito una mostra per compiacere, ma per scuotere. Ha messo in scena una last call umanistica che non rifugge la complessità ma la assume e la decifra.

Il messaggio che ne deriva si oppone con forza all’ideologia del rifiuto del sapere e della scienza, dell’individualismo e dell’abuso tecnologico per fini corporativi o nazionalistici. È una chiamata a ripensare il ruolo dell’architettura – e di chi la pratica – come strumento aperto e multidisciplinare verso un futuro ancora possibile.

La domanda che aleggia su tutto è quella sospesa nel titolo implicito della mostra: decideremo di salvarci? Perché, come ci ricorda Ratti, serve tutta l’intelligenza globale per evitare di soccombere. La vera sfida è decidere, seriamente, di volerlo.

E io, uscendo dalle Corderie nel calore vero di una giornata veneziana, sento che qualcosa è cambiato. L’architettura può ancora salvarci, ma solo se smettiamo di pensarla come disciplina solitaria e iniziamo a considerarla come gesto collettivo, razionale e lucido. Solo se accettiamo che la bellezza, da sola, non basta più.

Vi lascio con questo video. Avevo davvero caldo ma sapevo dove potevo trovare pace e refrigerio…al cospetto di sua Maestà la Natura. Ascoltate….e forse avrete un assaggio di quello che ho provato io in quel caldo pomeriggio di Luglio.

Giardini dell’Arsenale – I Padiglioni

Di seguito vi racconterò e farò vedere alcuni dei progetti più interessanti che ho visto passeggiando nei giardini dell’Arsenale.

“Constructing la Biennale” 

Il progetto di Politecnico di Torino e Northeastern University lo attiva con una “faux façade” che nasconde – anzi, dischiude – un dispositivo per esplorare le Biennali veneziane di architettura attraverso il tempo. Gli spazi di un piccolo “non-pavilion” raccontano con flussi di dati, mappe, interviste, oggetti fisici e video quella che viene definita la complessità socio-materiale di quello che è un luogo di discussione globale, dando un’interpretazione critica di come il fenomeno-Biennale prende forma.  
Si uniscono in questa narrazione progettazione architettonica, network science, information design, data visualization ed etnografia dell’architettura, per esplorare la mostra come un oggetto stratificato. Come suggerisce la rappresentazione di tutti i soggetti coinvolti come nuvola di punti interconnessi: Che cosa da’ forma a una biennale? Chi sono gli attori dietro le quinte? Quali sono gli oggetti, gli strumenti, le prospettive in gioco?

A Satellite Symphony, un osservatorio privilegiato sull’Universo, dalla Terra al Sistema Solare, che rende Venezia fulcro di questa scoperta. Col supporto dei dati forniti dalle stazioni di osservazione orbitale, Space Caviar, Robert Gerard Pietrusko e Ersilia Vaudo raccontano l’eterna rincorsa allo spazio, mentre gli equilibri tra tra specie umana e habitat restano, sulla terra, sospesi.

Albania

È il momento di incamminarsi verso il Padiglione dell’Albania, “un laboratorio di architettura continuo”, ci racconta la curatrice Anneke Abhelakh. Non ancora con le regolamentazioni europee, il Paese, e soprattutto la sua capitale, negli ultimi anni sono diventati un luogo di esercizi stilistici, nel bene e nel male. La riflessione verte quindi attorno a due luoghi simbolo di Tirana: la Piazza Skënderbej e la Piramide, mausoleo dell’ex dittatore Hoxha. In un racconto cronologico che illustra lo spazio collettivo per eccellenza, il cui ruolo politico è rimasto di dominazione in dominazione, e la smania di grandezza dovuta all’eccesso di potere, la Biennale diventa l’occasione per riflettere sul futuro della città, a partire dagli oltre 50 studi che ne stanno ri-disegnando l’aspetto. Il progetto diventa quindi un racconto corale, che riunisce, tra gli altri, le visioni di Barozzi Veiga, Diller Scofidio + Renfro, Souto De Moura, MVRDV, Studio Gang.

Marocco

La tradizione diventa una fonte d’ispirazione per il contemporaneo nel Padiglione del Marocco. In un attento allestimento tra colonne non strutturali, il visitatore può confrontarsi con le antiche tecniche costruttive, i materiali locali e i saperi pensati dai curatori Khalil Morad El Ghilali and El Mehdi Belyasmin. In risposta a tutti i moderni tecnologismi, il progetto ambisce a ricordare la tradizione dell’architettura, che ha saputo sviluppare soluzioni in base alle esigenze, alle condizioni atmosferiche e alla materia prima reperibile. Il paesaggio dei totem-colonna, rimanda all’orografia marocchina, sovrastata da una copertura di strumenti per il lavoro artigianale tradizionale, di tipici tessuti marocchini, il tutto con al centro un ologramma con un artigiano a lavoro. Il tutto per raccontare lo spirito teso al progresso ma sempre consapevole del proprio passato.

Bahrain

Il passato dialoga con il contemporaneo nel Padiglione del Bahrain, dove un mock-up in scala 1:1 su una moderna tecnica di raffreddamento lascia intravedere le campate composte dell’Arsenale, raccontando come la ricerca costruttiva resti il fulcro della progettazione. Andrea Faraguna ha curato un esperimento che racconta una strategia per raffrescare gli spazi pubblici con un allestimento minimale: una piazza coperta rialzata, sorretta da un’unica colonna, dove riscoprire un microclima diverso da quello esterno nell’ottica di “bene termico comune”, concetto chiaro in precise latitudini ma sempre più attuale considerato il surriscaldamento globale.

Irlanda

L’assemblea, considerata la ricorrenza con la quale la si trova in occasioni come queste, si conferma essere uno dei temi principali legati alla condivisione e della convivialità. Ce lo ricorda il Padiglione dell’Irlanda realizzato dagli architetti Cotter & Naessens come un’aula circolare in legno il cui luogo di incontro è segnato da un grande tappeto che riprende il perimetro dell’architettura. Per rispondere ai problemi del nostro tempo c’è bisogno che le persone si riuniscano, spiegano i curatori, osservando come nel mondo si stiano sempre più diffondendo limiti alla libertà di associazione pubblica.

All’esterno, mentre uno dietro l’altro si succedono le nazioni con le loro ricerche, gli spazi verdi tra le Corderie e Gagiandre diventano luogo d’elezione per alcune sperimentazioni, dalla depurazione dell’acqua lagunare al suo impiego per l’agricoltura passando da nuovi modi per solcarne le onde. È questo il caso del Gateway to Venice’s Waterway, la nuova porta d’accesso alla città immaginata da Norman Foster Foundation Team e Porsche, immaginata come un corridoio di 37 metri in alluminio che diventa attracco per le biciclette d’acqua. Accanto UEDLAB, Urban Ecology and Design Lab, ha progettato dei supporti per favorire la nascita di insetti in via di estinzione, necessari per il ripristino della biodiversità.

Uzbekistan

Ormai immancabile è l’appuntamento col Padiglione dell’Uzbekistan, che da diverse edizioni porta avanti il racconto delle architetture e della cultura progettuale che ha caratterizzato la storia del Paese. Questa edizione porta l’attenzione su una eredità – sconosciuta ai più – del Moderno: l’Eliocomplesso Solare realizzato nel 1987. Creato per studiare il comportamento dei materiali a temperature estreme, questa architettura sospesa nel tempo tra innovazione e obsolescenza diventa il fulcro del padiglione realizzato da GRACE, che la interroga per quanto riguarda il suo passato glorioso e il futuro da riscrivere. Insieme ai progettisti, una squadra di esperti nazionali è stata chiamata a indagare il progetto, i cui risultati sono raccolti in un catalogo dove compaiono i meravigliosi scatti di Armin Linke, presenti anche nel padiglione.

Cile e Taiwan

Un approccio più critico arriva da due paesi avanzatissimi. Taiwan, il regno dei semiconduttori e il Cile, il paese dove c’è la connessione internet più veloce del mondo. I sudamericani usano la metafora del tavolo da lavoro e giocano sul significato di “riflesso” e “riflessione” installandone uno lunghissimo all’interno del padiglione e inondandolo d’acqua. Sulla superficie, un documentario sulla relazione difficile tra i data center e le comunità dove sono installati. Il data center è il vero protagonista di questa installazione imperniata sull’ “intelligenza riflessiva”: senza di loro, del resto, tutta questa Biennale non potrebbe esistere (e neanche la nostra vita). 

Paesi Nordici

Il titolo del padiglione dei Paesi nordici è “Industry Muscle: Five Scores for Architecture” ed è un tentativo di esplorare la relazione tra l’architettura, il corpo e l’impatto che ha il combustibile fossile. Il punto di partenza è il corpo di una persona transgender come struttura concettuale attraverso cui indagare le questioni ambientali legate all’ambiente costruito. Sotto indagine c’è l’architettura modernista – come la struttura stessa del Padiglione nordico disegnato nel 1962 da Sverre Fehn – accusata di perpetrare ideali come la purezza e la neutralità, che andrebbero messi in discussione di fronte al collasso climatico e al tentativo di costruire una società giusta ed equa. Curata dall’architetta di Helsinki Kaisa Karvinen, le installazioni all’interno della mostra sono invece dell’artista finlandese Teo Ala-Ruona, tra cui ricordiamo una macchina tra colonne di cemento e un graffito sulla vetrata esterna del Padiglione. In un’intervista, Karvinen ha spiegato così la chiave d’ingresso del Padiglione: «Esaminando il padiglione attraverso la lente del corpo transgender, la mostra mette in discussione presupposti fondamentali su chi sia il destinatario dell’architettura, come venga prodotta e quali diritti, corpi e realtà vengano riconosciuti».

Gran Bretagna

l Padiglione della Gran Bretagna si è guadagnato una menzione speciale della giuria per il dialogo tra il Regno Unito e il Kenya sul tema della riparazione e del rinnovamento. La mostra che si sviluppa nelle sale si dedica all’architettura definita dall’estrazione, che genera disuguaglianze e degrado ambientale. Una successione di storie (affascinante quella del parlamento delle scimmie) che diventano anche un’opportunità per riparare e rinnovare il rapporto tra architettura e terra. La Giuria segnala inoltre il programma Venice Fellowship come un’iniziativa significativa di scambio di conoscenze tra i tre paesi: Venezia, Regno Unito e Kenya.

Giappone

Esiste una parola dell’antica lingua giapponese che, con il termine “ma”, che significa “in mezzo” può definire uno spazio intermedio che ribalta la prospettiva umano-centrica predominante. Questa idea è raccontata attraverso un cortometraggio dove viene messo in scena un dialogo tra esseri umani ed elemento architettonici del Padiglione del Giappone che affronta inquietudini e aspettative sull’intelligenza artificiale.

Austria

Non c’è domanda più pressante al momento di fronteggiare la crisi abitativa: gli affitti sono alle stelle, le politiche immobiliari inesistenti, aumentano gli affitti turistici e si specula sugli immobili sfitti. Vivere in città è diventato un lusso che non tutti possono permettersi, per questo dobbiamo iniziare a pensare a un modo migliore per vivere insieme. Agency for Better living è il titolo del Padiglione austriaco immaginato dai curatori Sabine Pollak, Michael Obrist e Lorenzo Romito con l’obiettivo di mettere a confronto il modello organizzato dell’edilizia sociale di Vienna (dall’alto verso il basso) con i metodi di auto-organizzazione attivista della società civile di Roma (dal basso verso l’alto). Che cosa può imparare un modello di città dall’altra e che ruolo avrà l’architettura in questa sfida?

Germania

Il Padiglione Germania presenta il progetto “StressTest, che affronta una delle sfide più urgenti del nostro tempo: l’adattamento delle città ai cambiamenti climatici. Il mondo è al bivio e le nostre città sono particolarmente vulnerabili agli eventi meteorologici estremi.

La mostra invita i visitatori a sperimentare direttamente l’impatto del caldo estremo, mettendo in evidenza la necessità di una pianificazione urbana resiliente.

Questo padiglione mi ha dato l’ispirazione per la copertina di questo post, perché è quello che ha lasciato un segno più profondo, vuoi per la colonna sonora affidata alla voce inconfondibile di Maria Callas, vuoi per l’impatto delle immagini che scorrevano sullo schermo e dei dati soprattutto.

La Biennale è un appuntamento imperdibile per me, che sia di Architettura o di Arte poco importa. La creatività e le idee nascono sempre dalla curiosità. Fare domande e porsi domande è fondamentale nel processo creativo.

Di seguito trovate una Gallery fotografica, ovviamente il mio invito è quello di andare a Venezia e vedere con i vostri occhi i vari progetti.

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