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Non una sfilata, un rituale: l’omaggio cinematografico di Michele a Valentino Garavani

Pochi minuti prima che la Valentino Haute Couture SS 2026 prendesse vita a Parigi, un messaggio bilingue su Instagram ha dissolto ogni possibile fraintendimento. Alessandro Michele ha scelto la strada della trasparenza emotiva, dell’onestà creativa, per affrontare un momento che avrebbe potuto trasformarsi in un’impasse: come onorare degnamente Valentino Garavani, il fondatore della maison scomparso il 19 gennaio, quando i tempi tecnici di una sfilata preparata per mesi rendevano impossibile un ripensamento totale?

Il rito collettivo della visione: Specula Mundi

#ValentinoSpeculaMundi non è stata una sfilata convenzionale. È stata un rito di visione collettiva, un’esperienza immersiva che ha trasformato i voyeuristi della moda in partecipanti di un rituale ancestrale e modernissimo insieme.

La scenografia spettacolare ha ricreato un Kaiserpanorama, quel dispositivo ottico nato nella Germania dell’Ottocento che ha rivoluzionato il modo di guardare il mondo, anticipando il concetto stesso di cinema.

Immaginate: silos circolari, finestrelle attraverso cui spiare, uno sguardo individuale dentro un’esperienza collettiva. Ogni ospite con la propria prospettiva unica, eppure tutti connessi nello stesso momento, nello stesso spazio. Una metafora perfetta per la moda contemporanea: personale e universale, intima e pubblica, lenta e contemplativa in un’epoca di sovraesposizione mediatica frenetica.

Prima che tutto iniziasse, la voce di Valentino Garavani stesso ha aperto lo show, ricordando quel bambino dai sogni grandiosi che sua madre comprese per tempo e sua sorella incoraggiò a costruire. Secondi preziosi tratti da “Valentino: The Last Emperor”, che oggi si rivela essere il testamento culturale di monsieur Garavani.

La lettera: un testamento di responsabilità creativa

“La notizia della morte di Valentino Garavani è arrivata a pochi giorni dallo show di Haute Couture, quando le note della press release erano già andate in stampa e il lavoro era entrato in una fase talmente avanzata da risultare irreversibile”.

Con queste parole, Alessandro Michele ha aperto il cuore e le porte del suo processo creativo. Non scuse, ma consapevolezza. Non giustificazioni, ma riconoscimento di un debito verso chi lo ha preceduto: il couturier italiano per eccellenza, e i suoi immediati successori, Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli, con i quali Michele condivide un “orizzonte di responsabilità” e fa parte della stessa “genealogia della trasmissione”.

“Ciò che oggi stiamo facendo accade dentro una storia che ci precede, dentro una casa già abitata, carica di tracce e di gesti”, ha scritto il direttore creativo. Una casa non come museo, ma come organismo vivente, “orientato da una presenza luminosa che ha scolpito uno spazio di visioni creative capaci di diventare riferimento e orizzonte per tutti quelli che lavorano nel mondo della moda”.

Il peso e la grazia: custodire non è preservare

Per Michele, il fare è proseguimento di una visione, l’atto creativo diventa nuovo atto di custodia. Non si tratta solo di preservare mettendo in relazione l’attuale con gli archivi, ma di prendersi cura, di cercare una bellezza “generativa, che continua a parlare nel presente”.

È “attenzione radicale e paziente ai corpi, alle forme, al tempo che le attraversa e le custodisce”. Valentino per Michele è stato “una figura mitologica, una presenza fondativa, un riferimento ineludibile che continua ad agire come origine e come misura”.

Ma attenzione: questo mito non è cristallizzato, non è immobile e intoccabile. Al contrario, “inaugura un linguaggio, dischiude un mondo, rende abitabile uno spazio ricco di senso”. La sua potenza sta nella capacità di “oltrepassare la contingenza del tempo storico senza consumarsi, di sottrarsi all’ordinario per farsi principio ordinatore“.

Un pensiero speciale per Giancarlo Giammetti, il motore concreto di una bellezza che ha potuto durare e trasmettersi nel tempo.

Cinema allo stato puro: educare lo sguardo

L’ultima sfilata di Alessandro Michele per Valentino è cinema allo stato puro. Non solo per gli abiti scenografici e le decorazioni preziose – l’essenza stessa della Haute Couture – ma per una visione che coinvolge l’intero spazio scenico.

Il Kaiserpanorama ricostruito dalla Maison era una macchina ottica circolare in legno con fori e finestrelle tutto intorno, attraverso cui gli spettatori dell’Ottocento potevano guardare fotogrammi e immagini di luoghi lontani. Il Kaiserpanorama originale portava in una stanza il mondo esterno, facendone un’esperienza collettiva ma con uno sguardo personale e attento per ciascuno.

La stessa attenzione e concentrazione che Michele voleva per il suo show, per contrastare la sovraesposizione mediatica e la velocità dell’informazione che caratterizzano i social contemporanei. Un invito a rallentare, a vedere davvero, non solo a guardare.

L’eredità che non si interrompe

“Oggi l’assenza di Valentino è reale, tangibile, apre un vuoto profondo e doloroso. Eppure la sua presenza continua a farsi sentire”, conclude Michele nella sua lettera aperta. “È una presenza che continua a operare nel presente, incarnando un’idea alta di ciò che la moda può essere quando sceglie la grazia, il rigore e la durata“.

“La sua scomparsa non interrompe il movimento che ha innescato. Piuttosto ci chiede di essere all’altezza di ciò che resta“.

E in questa frase si racchiude l’essenza di uno show che non si limita all’intrattenimento, ma educa lo sguardo e celebra la storia dell’immagine. Uno spettacolo che dimostra ancora una volta che la moda può, e deve, farsi strumento di cultura.

Schiaparelli: il tormento e l’estasi di Roseberry

Sempre nella settimana dell’Haute Couture parigina, Daniel Roseberry per Schiaparelli ha aperto le danze con “The Agony and The Ecstasy”, una collezione che trasforma la sartoria in scultura vivente e l’ispirazione artistica in manifesto di libertà creativa.

Il viaggio parte dalla Cappella Sistina: “Alzando lo sguardo verso il soffitto, ho sentito qualcosa di simile a ciò che Michelangelo provò cinquecento anni fa”, racconta Roseberry. Quella vertigine tra tormento ed estasi diventa il motore di una collezione che libera l’immaginazione attraverso un bestiario fantastico: code di scorpione tridimensionali, serpenti alati, uccelli dai colori esotici, pesci palla che sfidano la gravità.

Al Petit Palais Roseberry mette in scena la sua interpretazione teatrale del mondo animale che Elsa Schiaparelli amava reinterpretare. Ma qui tutto è amplificato, esagerato, portato all’estremo della tecnica sartoriale.

Le Scorpio Sisters in pizzo e crine nero con code di scorpione che sembrano prendere vita, la giacca Isabella Blowfish in crine trasparente con spuntoni di organza e cristalli, i tailleur-gonna che esplodono in strati di tulle e organza nei colori iridescenti degli uccelli tropicali: ogni pezzo è una dichiarazione di audacia, un invito a guardare la moda come arte performativa.

Il pizzo tagliato a mano, le piume dipinte ad aerografo, le resine scolpite e i cabochon luminosi creano texture che si muovono con il corpo, trasformando le modelle – tra cui le iconiche Alex Consani e Lulu Tenney, con chiusura affidata ad Awar Odhiang – in creature mitologiche contemporanee.

Roseberry dimostra che la couture può essere esplosione visiva, celebrazione della tecnica portata all’eccesso, teatro della fantasia dove ogni dettaglio diventa protagonista. Se Michele sceglie la contemplazione, Roseberry abbraccia la spettacolarità; se Valentino invita a guardare dentro, Schiaparelli chiede di guardare e stupirsi.

Non so se vi è capitato di vedere i bozzetti degli abiti che crea ….sembrano opere d’arte. QUI ne potete vedere altri.

Molto interessante anche il manifesto dello stilista per questa sfilata.

THE AGONY AND THE ECSTASY

HAUTE COUTURE PRIMAVERA-ESTATE 2026

Il nucleo emotivo di questa collezione mi è stato rivelato lo scorso ottobre durante un ritiro creativo fuori Roma. Un pomeriggio, organizzai una visita dell’ultimo minuto per vedere la Cappella Sistina.

Se ci sei stato, sai che la prima cosa che vedi non è il soffitto, ma le pareti, densamente dipinte da un esercito di artisti negli anni prima che Michelangelo iniziasse il suo lavoro nel 1508. Sono decorate con scene ecclesiastiche: immagini pensate per raccontare, per educare.

Ma alza lo sguardo verso l’alto, e il pensiero si ferma. Inizia il sentimento. Questo perché quarant’anni dopo, un uomo è entrato e ha cambiato l’arte per sempre da solo, presentando un’immaginazione selvaggia, visivamente esuberante, vulnerabile e romantica di Dio, della religione, della fede e della condizione umana. Qui agonia ed estasi si mescolano, terribile ed squisito. Non ci ha raccontato cosa è successo, ma ha dato al suo pubblico il permesso di sentire quando guardavano l’arte.

Ha risvegliato il mondo. E 500 anni dopo, ha risvegliato anche me. Ho smesso di pensare per la prima volta in anni a come qualcosa dovrebbe apparire, concentrandomi invece su come mi sento quando la creo. Questo è stato. L’intero battito emotivo di questa stagione è diventato non “che aspetto ha”, ma “come ci sentiamo quando lo facciamo?”. Che sollievo è stato. Che rivelazione.

Quella rivelazione ha informato ogni parte di questa collezione. Tratti affilati e ghirigori rapidi sono diventati code di scorpione. Ho disegnato pungiglioni e denti di serpente, archetipi chimera della couture con veleno tessuto nelle loro stesse silhouette. Sapevo che queste creature rettiliane/aracnidi, queste “infantas terribles”, come le chiamavo, sarebbero diventate le eroine della collezione, il nostro soffitto: sarebbero stati uccelli in volo, sfidando la gravità, audaci nel colore, esplosivi nella silhouette.

La couture non esiste senza struttura, senza il rigore e le regole delle sue stesse tradizioni. Ma all’interno di questo, spetta al designer trovare la libertà, spingere le regole del mezzo ai suoi limiti assoluti. Eppure questa collezione non è solo un andare avanti, o un lasciarsi andare; è una celebrazione della profondità di abilità e talento dei nostri atelier, tutti che lavorano al massimo dei loro poteri tecnici e immaginativi. Il pizzo tagliato a mano è realizzato come un bassorilievo per renderlo tridimensionale, creando profondità e ombra. Le piume, sia reali che bouquet di seta trompe l’oeil, sono dipinte a mano, aerografate o immerse in resina e cristalli. Strati di tulle neon sono impilati sotto il pizzo per dare loro un effetto sfumato. Ogni look ha un “gancio” o un nome, come “Isabella Blowfish”, un incredibile tailleur-gonna in strati di tulle e organza, spolverato con ombre di cristalli nelle colorazioni del pesce palla e rifinito con punte di organza. La collezione è ispirata ai colori degli uccelli del paradiso—rosa, blu, zafferano—che trovano la loro massima espressione in una delle nostre giacche più fantastiche di sempre.

Gli accessori della collezione sono ricchi di teste di uccelli artificiali – sculture fatte di piume di seta, i loro becchi realizzati in resina, i loro occhi da cabochon di perle—omaggi alla natura e a tutta la sua maestosità (nessun uccello è stato danneggiato nella realizzazione di questi pezzi). Sono fantasie, sì, ma alludono anche alla famosa fascinazione di Elsa per la vita animale, in particolare le creature del mare e del cielo—chi, dopotutto, può dimenticare il suo interesse per l’aragosta, la creatura squamosa per eccellenza, e un animale indelebilmente associato alla maison che ha creato? Insieme al suo caratteristico amore per la fauna selvatica, ci sono anche riferimenti alle iconografie che ha fatto proprie, in particolare il buco della serratura, quel portale verso il mistero.

Tante persone mi chiedono quale sia il senso della couture. Non è certamente creare abbigliamento per la vita quotidiana. Ma per me, la couture mi permette di connettermi con l’adolescente pieno di speranza che ero una volta, quello che ha deciso di non dedicarsi alla medicina, alla finanza o alla legge, ma di inseguire quella fantasia singolare che la moda può ancora offrire. Lascia che il resto dell’anno sia dedicato alla realtà, nella moda o altrove. Ma niente è più potente—o senza tempo—o per me, più attuale, che poter liberare la mia immaginazione… e, spero, la vostra. La couture è un invito. Smetti di pensare, ti dice. È tempo di sentire. Devi solo alzare lo sguardo.

Daniel Roseberry

Due linguaggi diversi, entrambi necessari: uno che custodisce, l’altro che esplode. Uno che sussurra, l’altro che grida. Entrambi autentiche espressioni di cosa può essere l’Haute Couture quando si fa veicolo di visione.

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