Oltre l’infanzia: un viaggio nell’universo sospeso di Valerio Berruti
Una delle cose che amo di più è andare a visitare le mostre quando non sono affollate, sembra quasi che io possa avere un dialogo silenzioso con l’artista. Quasi come a volere che le scintille creative dell’artista mi si possano in qualche modo cucire addosso.
Nel cuore di Milano, tra le sale di Palazzo Reale, si snoda un percorso emotivo che trasforma i visitatori in bambini smarriti in cerca di senso. “More than Kids” non è solo una mostra: è un’esperienza che scava nell’anima dell’infanzia per ritrovare ciò che l’età adulta ha sepolto sotto strati di convenzioni e paure.
L’esposizione è prodotta dal Comune di Milano – Palazzo Reale e da Arthemisia, con il fondamentale sostegno di Fondazione Ferrero.
Il silenzio che parla
Entrare nelle sale di Valerio Berruti significa attraversare una soglia invisibile, dove il tempo si dilata e i ricordi affiorano con la delicatezza di una carezza mai dimenticata. L’artista piemontese, con la sua poetica dell’incompiuto, ci consegna figure che esistono in un limbo perpetuo: né completamente bambini, né del tutto adulti, sospesi in quella terra di mezzo dove tutto è ancora possibile.
Le sue opere parlano il linguaggio universale dell’emozione pura, quello che precede le parole e sopravvive ai tradimenti della memoria. Ogni figura emerge dall’affresco con una grazia malinconica, portando con sé la fragilità di chi non ha ancora imparato a mentire a se stesso.
Don’t Let Me Be Wrong: Il grido silenzioso

L’installazione “Don’t Let Me Be Wrong” è forse la più potente emotivamente e si trova nel cotile interno di Palazzo Reale. Un enorme busto di una bambina cattura l’attimo prima della catastrofe, con lo sguardo rivolto verso l’alto. Berruti congela il momento tragico per dirci che siamo quasi al punto di non ritorno nelle questioni climatiche e sociali. La colonna sonora, composta da Daddy G dei Massive Attack insieme al produttore Stew Jackson, amplifica questo grido silenzioso che chiede di non essere lasciato sbagliare. Potete letteralmente entrare nell’opera, un’esperienza molto bella e forte.
A Safe Place: l’illusione della protezione

La prima installazione, “A Safe Place”, ci accoglie con un paradosso visivo che coglie nel segno: un salvagente galleggia in acque che potrebbero essere salvezza o minaccia. Come scrive il curatore, è un oggetto che “può avere significati diversi” – simbolo di speranza per chi annega, giocattolo innocuo per chi ha i piedi sulla terraferma.
Berruti ci ricorda che la sicurezza è spesso un’illusione, una promessa che il mondo degli adulti fa ai bambini sapendo di non poterla mantenere. La colonna sonora di Lucio Disarò accompagna questa rivelazione con note che sembrano echeggiare da un’infanzia perduta, creando un’atmosfera dove nostalgia e inquietudine si mescolano indissolubilmente.
Un Mondo Nuovo: la filosofia dell’incompiuto

Nella sezione “Un Mondo Nuovo”, l’artista ci confronta con il mito platonico della caverna attraverso gli occhi di un bambino. Le ombre proiettate sul muro diventano più reali della realtà stessa, perché è attraverso l’immaginazione che i piccoli danno senso al mondo.
L’incompiuto non è qui un difetto tecnico, ma una scelta filosofica profonda. Berruti lascia i suoi bambini eternamente sospesi nel momento del divenire, rifiutandosi di completarli perché sa che la completezza appartiene solo alla morte. È nell’imperfezione che risiede la vita, nel movimento perpetuo verso qualcosa che non si raggiungerà mai del tutto.
L’Abbraccio Più Forte: arte come medicina
La sala dedicata a “L’Abbraccio Più Forte” rivela il lato più militante dell’arte di Berruti. Qui l’estetica si fa etica: i disegni realizzati durante il COVID per raccogliere fondi per l’ospedale di Verduno dimostrano come l’arte possa essere strumento di guarigione collettiva. Non solo metafora della cura, ma cura essa stessa.

I bambini di Berruti, in questa sezione, diventano eroi silenziosi di una resistenza gentile. La loro fragilità apparente nasconde una forza ancestrale, quella di chi sa ancora stupirsi e, stupendosi, riesce a stupire il mondo intero. Il senso di tenerezza che si prova guardando questa opera non riesco a descrivervelo.
Nel Silenzio: Il peso della storia
La sezione più intensa, “Nel Silenzio”, ci porta nel territorio della memoria collettiva. Due bambine emergono da quello che sembra un ritrovamento archeologico del futuro, corpi che “rappresentano l’umanità intera”. Qui Berruti dialoga con la grande storia attraverso la piccola storia individuale, mostrando come ogni dramma universale si rifletta nell’innocenza violata di un singolo sguardo.

Il riferimento alle torri gemelle, alla tragedia di Pompei, ai cambiamenti climatici, non è mai retorico. È invece un sussurro che diventa grido, un invito a non dimenticare che dietro ogni statistica c’è un volto, dietro ogni numero una vita interrotta. Mi hanno colpita due elementi.

Il tessuto ricamato che riveste gli abiti delle bambine e che riprende il tessuto sul quale sono appoggiate le due opere. C’è una modernità assurda in quel ricamo e le immagini di un bambino che visibilmente contrariato non vuole stare “sull’attenti” e guarda chi lo osserva. Un mix di sensazioni nell’osservare questa opera.

Le tre facce dell’identità
“Three (Parts of) Me” introduce una riflessione profonda sulla molteplicità dell’io. Come nella tradizione giapponese delle maschere, Berruti ci mostra che ognuno di noi indossa volti diversi: quello pubblico, educato e conforme; quello privato, mostrato a chi amiamo; e quello autentico, nascosto persino a noi stessi.

L’installazione diventa uno specchio che interroga: “Quali di questi aspetti della nostra personalità ci influenzano di più?”. Questa sicuramente è l’opera su cui mi sono soffermata di più. Era una sorta di calamita. Mi sono rivista molto, sempre cercando di mantenere più aderenza possibile non tra le maschere….ma tra i diversi io come suggerisce Berruti. Un lavoro costante assai faticoso, ma che ripaga sempre.

Nel Nome del Padre: il peso dei conflitti mondiali

La sezione “Nel Nome del Padre” affronta il tema della guerra. Una bambina con il capo piegato che è come se si rifiutasse di dare ordini al suo esercito silente. Bambini che la osservano, bambini diversi uno dall’altra che formano una sorta di agorà intorno alla bambina. Forse in un periodo così buio per l’umanità più che cercare risposte dovremmo porci domande.
La Giostra di Nina: memoria e proiezione
Con “La Giostra di Nina”, Berruti esplora la sua naturale predisposizione a trasportare territori che sono memoria e proiezione futura. La giostra diventa metafora dell’attraversamento delle esperienze, dove arte e cultura si fondono.

L’artista usa uccellini invece che bambini, limitando deliberatamente la fantasia per costringerci ad attenerci alla realtà. Il cortometraggio con la colonna sonora di Ludovico Einaudi, completa quest’opera con note che parlano di libertà, sogni e fantasia. Sulla giostra si può anche salire! Nello shop ho acquistato il libro pop-up, non età la fantasia e l’immaginazione. Lo trovo anche un regalo molto bello.

L’Ombra come Maestra: un incontro silenzioso
Un’installazione circolare raccoglie opere che raccontano il momento semplice ma potente di un bambino che scopre la propria ombra. È un incontro silenzioso, quasi magico: all’inizio è stupore, l’ombra lo segue, lo imita, sembra voler giocare. Ma in quel gesto nasce una consapevolezza nuova – la scoperta che non siamo mai davvero soli, che esistono aspetti di noi che ci accompagneranno sempre.
Accettare l’ombra, negli altri e nel mondo, diventa forse il primo passo verso una forma più autentica di crescita. Come il bambino che gioca con la propria sagoma, iniziamo a conoscere davvero chi siamo.
Le Video-Animazioni: poesia in movimento
Le video-animazioni di Berruti rivelano un processo creativo meticoloso: ogni animazione nasce da centinaia di disegni eseguiti a pastello, fotografati uno a uno e montati in sequenza. Opere come “Golgota” (2006) con le musiche di Lucio Dibari, “É o non Dimenticar” (2007) con Joanna Newsom, o “Kizuna” seguono un filo narrativo che parte dall’Italia della Biennale di Venezia per arrivare fino al Giappone, creando un linguaggio universale fatto di gesti semplici e profondi. Kizuna possiamo ammirarla a Palazzo Reale, una video animazione con il montaggio di trecento disegni in lacca su carta giapponese e una colonna sonora scritta appositamente per lui dal maestro Ryuichi Sakamoto.

More than Kids: più che bambini, simboli del possibile
Attraversando le sale di Palazzo Reale, si comprende che i bambini di Berruti sono molto più che soggetti artistici: sono specchi in cui l’età adulta può riconoscere ciò che ha perduto e, forse, ritrovare ciò che credeva perduto per sempre. La loro incompletezza diventa completezza, la loro fragilità forza, il loro silenzio parola.
In un’epoca che corre verso il futuro dimenticando il presente, Valerio Berruti ci costringe a fermarci, a guardare, a sentire. I suoi bambini non cresceranno mai, e forse è proprio questa la loro rivoluzione silenziosa: rimanere eternamente aperti al possibile, eternamente capaci di meraviglia.

Uscendo da Palazzo Reale, si porta con sé qualcosa di diverso. Non è nostalgia per l’infanzia perduta, ma riconoscenza per aver ritrovato, anche solo per un momento, la capacità di guardare il mondo con occhi che sanno ancora stupirsi. E forse, in fondo, è questo il vero regalo che l’arte può farci: restituirci, anche solo temporaneamente, alla nostra umanità più autentica.








