Quando i mostri ci insegnano a essere umani: il Frankenstein di Guillermo del Toro come manifesto di creatività autentica
Un’ossessione lunga trent’anni: quando la Creatività richiede tempo per maturare
Scrivere questo post ha richiesto molta ricerca e approfondimenti e infatti è denso di notizie e informazioni utili a mio avviso, soprattutto per chi lavora con la creatività e quasi con un rabdomante ne cerca la fonte. Amo questo regista e soprattutto il suo percorso, dire unconventional è riduttivo. Quello che mi ha incuriosita da sempre è il suo processo creativo e prima dell’uscita del suo ultimo film ho trovato moltissimo materiale interessante, estrapolandolo anche dalle sue molte interviste.
Mettetevi comodi, il viaggio ora può cominciare.
«Per me Frankenstein è una seconda natura», confessa Guillermo del Toro, e in queste parole risuona l’eco di un percorso che non è semplicemente quello di un regista verso il suo film, ma di un uomo verso la comprensione di sé stesso. Trent’anni. Questo è il tempo che il maestro messicano ha dedicato a inseguire il suo Frankenstein, non per mancanza di opportunità, ma perché, come lui stesso ammette, “è un film che richiede una crescita e degli strumenti che non avrei potuto avere 10 o 20 anni fa”.
Questa dichiarazione dovrebbe risuonare come un campanello d’allarme per chiunque lavori nel campo creativo nell’era della produzione istantanea. Del Toro ci ricorda che alcune visioni non possono essere affrettate, che la vera creatività non è un prodotto da consegnare su richiesta, ma un processo di maturazione che richiede esperienza, fallimenti, crescita personale e, soprattutto, pazienza.
Il regista ha visto per la prima volta i film di James Whale su Frankenstein all’età di sette anni, un’esperienza che descrive come un momento di rivelazione quasi mistica: «In quel momento cruciale ho sentito un sussulto di consapevolezza: l’horror gotico è diventato la mia religione e Boris Karloff il mio Messia». Da quel momento, il romanzo di Mary Shelley è diventato non solo un’ossessione, ma una sorta di lente attraverso cui interpretare la propria esistenza.
L’Incubazione come fase essenziale
Oliver Sacks scriveva che «la creatività coinvolge non solo anni di preparazione conscia e di formazione, ma anche di preparazione inconscia». Del Toro incarna perfettamente questo principio. Per trent’anni, ogni film che ha realizzato – da Cronos a Il labirinto del fauno, da La forma dell’acqua a Pacific Rim – conteneva “fili di Frankenstein”, come lui stesso ammette. Ogni creatura, ogni outsider, ogni mostro incompreso era una prova generale, un’esplorazione parziale di temi che avrebbe finalmente affrontato direttamente.
«Ci sono fili di Frankenstein in tutti i miei film… Volevo fare questo film prima ancora di avere una macchina da presa e ci sto lavorando attivamente da 25 anni. Mi è diventato così vicino che ora è una biografia».
Questa è la prima lezione fondamentale per chi lavora con la creatività: alcune idee necessitano di decenni per maturare. Non si tratta di procrastinazione, ma di permettere al proprio subconscio di assimilare, riorganizzare e sintetizzare le influenze fino a che non si è veramente pronti. Come scriveva Rilke, citato da Mary Shelley stessa, la creatività è un gioco combinatorio che richiede un ricco serbatoio di esperienze da cui attingere.
Mary Shelley: una diciannovenne che cambiò la letteratura. Cosa possiamo imparare da lei?

Prima di addentrarci nel film di Del Toro, è essenziale comprendere l’origine: Mary Shelley scrisse “Frankenstein; or, The Modern Prometheus” a soli 19 anni, pubblicandolo anonimamente il 1° gennaio 1818. Un’adolescente che, all’indomani della Rivoluzione Industriale e nel pieno del movimento romantico, ebbe il coraggio di condividere una storia “oltremodo piena di dolore, vendetta, ma anche di senso di compassione, rinascita”.
Nella prefazione all’edizione del 1831, Shelley stessa offre una riflessione straordinariamente lucida sulla natura della creatività:
«Ogni cosa deve avere un inizio… e quell’inizio deve essere collegato a qualcosa che è venuto prima… L’invenzione, va ammesso umilmente, non consiste nel creare dal vuoto, ma dal caos; i materiali devono, in primo luogo, essere forniti: essa può dare forma a sostanze oscure e informi, ma non può creare la sostanza stessa. In tutte le questioni di scoperta e invenzione, anche quelle che riguardano l’immaginazione, siamo continuamente ricordati della storia di Colombo e del suo uovo. L’invenzione consiste nella capacità di cogliere le potenzialità di un soggetto e nel potere di modellare e dare forma alle idee che esso suggerisce».
Questa intuizione – che l’invenzione non è creazione ex novo ma ricombinazione creativa – anticipa di oltre un secolo le riflessioni di Einstein sul “gioco combinatorio” della mente e di Ada Lovelace sull’invenzione come scoperta e combinazione.
Il Contesto storico e la sua rilevanza oggi
Mary Shelley scrisse il suo romanzo in un momento di profondi sconvolgimenti: la Rivoluzione Industriale aveva appena trasformato radicalmente la società, portando con sé sia promesse di progresso che timori per le conseguenze dell’innovazione tecnologica incontrollata. Il movimento romantico emergeva come reazione all’Illuminismo, rivendicando il valore delle emozioni, dell’individuo e del sublime naturale contro la fredda razionalità scientifica.
Frankenstein nasce proprio da questa tensione: Victor Frankenstein è il prototipo dello scienziato prometeico che, nell’ambizione di conquistare la morte e giocare a fare Dio, crea qualcosa che non può controllare e da cui poi fugge orrificato. La creatura, assemblata da parti di cadaveri e rianimata artificialmente, diventa il simbolo delle conseguenze impreviste del progresso scientifico privo di responsabilità etica.
Oggi, questa allegoria risuona con forza ancora maggiore. Non stiamo forse vivendo una nuova rivoluzione tecnologica, quella dell’intelligenza artificiale e della biotecnologia? E non ci troviamo di fronte alle stesse domande fondamentali: fin dove possiamo spingerci? Chi siamo noi per creare “vita” artificiale? Quali sono le nostre responsabilità verso ciò che creiamo?
Del Toro e l’AI: Frankenstein come monito contemporaneo
Ed è qui che il Frankenstein di Del Toro assume una rilevanza bruciante nel dibattito contemporaneo. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale generativa promette di “democratizzare” la creatività, Del Toro ha preso una posizione netta e inequivocabile: «Preferirei morire piuttosto che usare l’AI generativa nei miei film».
Questa dichiarazione è il culmine di una riflessione profonda sul significato stesso della creatività e dell’arte. Del Toro traccia un parallelo esplicito e provocatorio tra gli sviluppatori di AI e Victor Frankenstein: entrambi mossi da un’ambizione smisurata, entrambi incapaci di prevedere le conseguenze delle loro creazioni, entrambi potenzialmente responsabili di aver dato vita a qualcosa che potrebbe sfuggire al controllo.
«Oggi, sempre di più, ci deumanizziamo», osserva Del Toro. «Qui invece siamo in un ambito di grandissima purezza, non è necessario ci siano dialoghi o inquadrarlo in una determinata latitudine, perché è sostanzialmente una possibilità di fare pace con sé stessi. Bisogna saper perdonare, accettare gli errori degli altri, aprire un dialogo sull’imperfezione. E invece noi più che dare ascolto alle emozioni, lo diamo alle informazioni».
Argomentazioni
1. Autenticità emotiva Per Del Toro, il cinema non è un esercizio tecnico ma un atto profondamente umano. L’AI può produrre immagini o persino copioni, ma manca delle esperienze vissute che informano una vera espressione artistica. «I mostri sono metafore», ripete spesso Del Toro. «Ci mostrano chi siamo, cosa temiamo e cosa speriamo». Un algoritmo può generare una creatura visivamente impressionante, ma può comprendere il dolore esistenziale che quella creatura deve incarnare?
2. Artigianato e tocco umano Il Frankenstein di Del Toro è un trionfo di effetti pratici. Jacob Elordi, che interpreta la creatura, si è sottoposto ogni giorno per mesi a 10 ore di trucco. Ogni cicatrice, ogni piega della pelle assemblata, ogni dettaglio del set (come l’enorme nave costruita nei CineSpace Studios Marine Terminal di Toronto) è stato creato da mani umane, da artigiani che hanno dedicato la loro esperienza e passione al progetto.
Questa non è nostalgia, ma una scelta etica e artistica precisa. Gli effetti pratici hanno una “presenza” tangibile, una texture che il digitale fatica ancora a replicare completamente. Ma soprattutto, rappresentano ore di lavoro umano, di problem-solving creativo, di collaborazione tra professionisti diversi. L’AI promette efficienza, ma a quale costo? «La preservazione del tocco umano», insiste Del Toro, include «le sfumature emotive, l’improvvisazione e la profondità morale che sono elementi insostituibili della narrazione».
3. Il rischio dell’omogeneizzazione Un punto meno discusso ma cruciale: fare affidamento sull’AI rischia di creare contenuti che mancano di individualità e ricchezza culturale. L’AI apprende dai dati esistenti e tende a replicare pattern dominanti. Del Toro, con il suo background messicano, la sua formazione cattolica, le sue ossessioni personali per gli insetti, gli orologi, i mostri, porta una voce unica e irripetibile. «I mostri di oggi? Indossano giacca e cravatta», afferma provocatoriamente, suggerendo che la vera minaccia all’umanità non viene dalle creature gotiche ma dai sistemi impersonali, algoritmici, che ci riducono a dati.
L’esortazione per i Creativi: difendere l’imperfezione umana
In un mondo ossessionato dall’efficienza e dalla produttività, Del Toro ci ricorda che l’arte non è ottimizzazione ma espressione. «In passato avevamo 20 stati d’animo, oggi ce ne sono 260: è irrealistico che un essere umano possa vivere questa gamma emotiva tanto importante», osserva. Sembra un paradosso, ma l’abbondanza di informazioni (e di strumenti per processarle) ci sta impoverendo emotivamente.
L’AI può assistere con compiti ripetitivi o tecnici, ma non dovrebbe mai sostituire la mano umana al cuore della narrazione. Come dice Del Toro: «Assistenza, non sostituzione». Gli strumenti tecnologici devono restare subordinati alla visione umana, non il contrario.
La struttura narrativa: fedeltà e reinvenzione
Del Toro ha scelto di mantenere la complessa struttura a scatole cinesi del romanzo originale di Shelley: un Preludio, seguito dalla storia di Victor Frankenstein, poi dal racconto della creatura stessa. Questa scelta non è casuale ma profondamente significativa.
Il film si apre con una nave bloccata nei ghiacci artici nel 1857, circa quarant’anni dopo la presunta morte della creatura. Un’esplosione nella notte attira l’attenzione dei marinai. Il ritrovamento di Victor Frankenstein, ferito e portato al riparo, dà il via al ricordo e alla genesi di come sia arrivato lì. Ma questa è solo la sua versione degli eventi.
Nella seconda parte, tocca alla creatura raccontare la propria verità: il viaggio, la sofferenza, l’apprendimento, l’incomprensione. Due versioni contrapposte della stessa storia, nessuna delle quali completamente attendibile, entrambe profondamente soggettive.
«Nel mio film», spiega Del Toro, «entrambi hanno un incontro di pace, ed è sempre possibile creare un terreno fertile. Sartre diceva che “l’inferno è nell’altro”. Io dico che “è la salvezza nell’altro”».
L’innovazione: Il Dottor Pretorius e il tema del perdono
Una delle novità più significative rispetto al romanzo originale è l’introduzione del dottor Pretorius (interpretato magistralmente da Christoph Waltz), scienziato e mecenate ossessionato dall’opera di Victor Frankenstein. Pretorius intraprende una missione per ritrovare la creatura e proseguire l’eredità del celebre scienziato, spingendo la storia verso una riflessione sulla memoria, sull’ossessione e sulla ripetizione dei peccati del passato.
Ma l’elemento davvero rivoluzionario è il “senso del perdono” che Del Toro introduce: «La grande novità voluta da Del Toro è l’esigenza della creatura, ormai intelligente e cosciente, di trovare anche un proprio posto nel mondo, vagando (visto l’impossibilità di morire) anche da solo, di chiudere un cerchio, di assolvere colui che quei tormenti interiori gli ha provocato».
Non è più solo una storia di vendetta e distruzione reciproca, ma la possibilità di una riconciliazione, per quanto dolorosa e imperfetta. «Bisogna saper perdonare, accettare gli errori degli altri, aprire un dialogo sull’imperfezione», sottolinea Del Toro.
Il Cast: corpi e anime al servizio della visione
Jacob Elordi: Il Corpo della Creatura

La scelta di Jacob Elordi (alto 1,96 metri) per interpretare la creatura si è rivelata cruciale. Inizialmente il ruolo era destinato ad Andrew Garfield, che ha dovuto rinunciare, ma Elordi ha portato una combinazione unica di forza fisica e vulnerabilità emotiva.
«È stato un viaggio psichedelico, emotivo, come far parte di una setta», racconta Elordi. L’attore australiano si è sottoposto a una preparazione estrema, vivendo settimane in isolamento per entrare nella mente di un personaggio segnato da esclusione e rabbia. Ogni giorno, per mesi, ha trascorso 10 ore nella sedia del trucco, un processo che in sé diventa un rito di trasformazione.

Su suggerimento di Del Toro, Elordi si è familiarizzato con il Butoh, la forma di danza teatrale d’avanguardia giapponese caratterizzata da movimenti lenti, surreali e spesso disturbanti, per sviluppare la fisicità della creatura. Ha anche studiato libri forniti dal regista su come potrebbe sentirsi un neonato nel mondo, spaventato da rumori e sensazioni sconosciute, disperato per incoraggiamento e guida.
«La creatura è poesia e dolore», afferma Elordi. «È innocente ma temuto, pieno di desiderio ma condannato alla solitudine». La sua interpretazione passa da un registro di dolce vulnerabilità a uno più grezzo e iracondo, mai didascalico, sempre umano. È la seconda parte del film, quella dedicata al viaggio della creatura, a risultare più definita e toccante, proprio grazie alla sua straordinaria performance.
Oscar Isaac: L’ambiguità di Victor Frankenstein

Oscar Isaac interpreta Victor Frankenstein come uno scienziato brillante e maledetto dal proprio ego. Del Toro lo descrive come «un rock star – brillante, sconsiderato e in definitiva tragico», notando la sua audacia e vulnerabilità e la sua caduta grottesca dalla grazia. «Emana energia punk rock».
«Victor è mosso dal dolore e dall’hybris», spiega Isaac, riferendosi alla morte della madre del personaggio quando era bambino. «Vuole conquistare la morte, ma così facendo crea qualcosa che non può controllare». La sceneggiatura di Del Toro conferisce a Victor una ricca complessità e un’ambiguità morale conflittuale raramente viste negli adattamenti precedenti. Victor è tanto simpatico quanto difettoso – un uomo la cui ricerca maniacal di grandezza porta alla sua stessa distruzione.
«Come tutti i tiranni, Victor crede di essere una vittima», osserva Del Toro. È ignaro del danno e del dolore che ha causato. «Tutti nel film hanno un difetto e una mancanza. Hanno tutti bisogno di amore. Penso che sia un film molto tenero. Per me è un melodramma e un dramma. Non lo vedo in termini di film horror».
«C’è una bellissima circolarità», aggiunge Isaac, «quest’idea di padri e figli e di come il trauma viene trasmesso, di come il bene e il male sono due facce della stessa moneta, e si capovolgono costantemente, di come le parole non ci portano necessariamente più vicini alla verità».
Alcuni critici hanno notato che la prova di Isaac risulta “poco sfumata” nella parabola di Victor, specialmente nella sua discesa nella follia. Questo potrebbe essere interpretato come una scelta deliberata: Victor diventa progressivamente più monomaniacale, più cieco alla realtà circostante, più “piatto” nella sua ossessione.
Mia Goth: il doppio ruolo e il simbolo della compassione

Mia Goth, attrice amata dal cinema indipendente e horror (si pensi alla trilogia X di Ti West), interpreta due ruoli cruciali: Claire Frankenstein, la madre di Victor morta di parto, e Elizabeth Lavenza, promessa sposa del fratello William (Felix Kammerer) e poi oggetto dell’affetto di Victor stesso.
Questa doppia funzione non è casuale ma riecheggia direttamente un incubo che Victor racconta nel romanzo originale: «Dormii, sì, ma fui turbato dagli incubi più mostruosi. Vedevo Elizabeth, piena di vita, camminare nelle strade di Ingolstadt. Sorpreso e felice, l’abbracciavo; ma mentre posavo un primo bacio sulle sue labbra, queste si facevano livide, del colore della morte, i lineamenti cambiavano e mi trovavo a tenere tra le braccia il cadavere di mia madre».
Elizabeth è il personaggio più moderno del film: sensibile, acuta, anticonformista, padrona di un certo linguaggio scientifico. È lei la figura che con compassione, tenerezza, in un certo senso amore, si avvicina di più alla creatura, ne capisce lo spirito. In una scena cruciale, Elizabeth sussurra il proprio nome alla creatura (sarà la seconda parola che imparerà, dopo quella che gli ha insegnato il vecchio cieco), sacrificandosi indirettamente affinché non venga brutalmente ucciso.
«È un atto d’amore, in tutti i sensi», osserva Del Toro. «Questo Frankenstein è anche soprattutto una storia d’amore e di Elizabeth, il personaggio più moderno nel guardare oltre, scansando la paura e il pregiudizio, fidandosi del proprio istinto».
Alcuni critici hanno notato che il personaggio di Elizabeth soffre di una “leggera impressione caricaturale da figura salvifica”, ma il suo ruolo viene mitigato dalle apparizioni centellinate nelle due parti del film.
Del Toro utilizza anche il costume design di Kate Hawley per sottolineare visivamente il legame tra Claire ed Elizabeth, adornandole con colori e pattern evocativi simili.
L’estetica visiva: un capolavoro di artigianato gotico
Se c’è un aspetto del Frankenstein di Del Toro che merita attenzione particolare, è la sua straordinaria estetica visiva. Girato in Scozia, il film è un trionfo di scenografie gotiche, ambientazioni cupe e una palette di colori freddi che richiama direttamente le illustrazioni del XIX secolo.
Guardate il poster che ha creato l’artista Jeames Jean per il film.
Prima lo studio, poi il bozzetto e poi la resa in digitale. Cliccate sull’immagine per il making of.
Dan Laustsen: la fotografia come personaggio
Alla direzione della fotografia troviamo Dan Laustsen, collaboratore storico di Del Toro (hanno lavorato insieme in Crimson Peak, La forma dell’acqua, Nightmare Alley). Laustsen è un maestro nel creare atmosfere attraverso la luce – o meglio, attraverso l’ombra.
La cinematografia è caratterizzata da:
- Palette cromatica: tonalità fredde, blu ghiacciati, grigi plumbei, occasionali esplosioni di rosso sangue, ma anche di giallo.
- Illuminazione drammatica: uso sapiente del chiaroscuro, con la luce che scolpisce i volti e i corpi come in un dipinto caravaggesco.
- Angolazioni evocative: inquadrature che creano un senso di claustrofobia e disagio, alternati a vasti paesaggi che sottolineano la solitudine dei personaggi.

«L’aspetto visivo sarà un vero e proprio personaggio, garantendo un’immersione totale», prometteva Del Toro, e la promessa è mantenuta. Ogni fotogramma sembra un dipinto romantico del XIX secolo che prende vita.

Alexandre Desplat: la colonna sonora
Alexandre Desplat, compositore pluripremiato (Oscar per Grand Budapest Hotel e La forma dell’acqua), crea una colonna sonora che oscilla tra il lirismo romantico e il grottesco. La musica non è mai invasiva ma sottolinea emotivamente i momenti chiave, amplificando la tragedia e la bellezza del racconto.
Costume design
ll costume design di Frankenstein, curato da Kate Hawley, rappresenta una visione creativa audace che fonde periodo storico e sensibilità moderna. La costumista ha lavorato a stretto contatto con del Toro per creare un’identità visiva che si allontanasse dai clichés vittoriani, ambientando il film negli anni 1850 con una palette cromatica intenzionale e simbolica. Il rosso di Claire (la madre di Victor) diventa un filo conduttore emotivo che attraversa l’intero film. I costumi riflettono la personalità dei personaggi: Victor come dandy e artista, Elizabeth come presenza eterea ispirata agli scarabei, e la Creatura attraverso un linguaggio fiabesco.

Particolarmente significativo è l’abito da sposa di Elizabeth, con sei strati trasparenti che evocano una gabbia toracica e diventano “anatomia” quando il sangue li attraversa.
La collaborazione con Tiffany & Co. ha arricchito il progetto con gioielli d’archivio perfettamente allineati alla visione del regista. Al collo di Mia Goth splendono collier Tiffany & Co., prima maison di gioielleria di lusso a collaborare con la piattaforma di streaming.
Ogni elemento costumistico riflette la fisiologia dei personaggi “dall’interno verso l’esterno”, creando un mondo onirico dove colore, pattern e texture raccontano storie parallele alla narrazione principale.
Production design: il set come opera d’arte
Uno degli aspetti più impressionanti della produzione è stato il massiccio set della nave costruito presso i CineSpace Studios Marine Terminal vicino Cherry Beach a Toronto. La scala del set è monumentale, testimonianza dell’impegno di Del Toro verso gli effetti pratici e le ambientazioni tangibili.


Il set non era solo un fondale ma un ambiente funzionale dove gli attori potevano muoversi, sentire il legno sotto i piedi, toccare le corde, vivere fisicamente nell’ambiente della storia.


Del Toro stesso ha condiviso un video dietro le quinte sulla “magia pratica” dietro il set della nave, sottolineando come ogni dettaglio – dalle lanterne alle carrucole, dai cannoni ai cordami – fosse stato realizzato artigianalmente.

Il design della Creatura: bellezza nell’imperfezione
Il design della creatura si basa fedelmente sulle descrizioni di Shelley: alto, statuario, assemblato da molti corpi, eppure dotato di un’anima. Del Toro sceglie di «restituire la mostruosità non come accidente grottesco ma come forma estetica, lavorando sulla fragilità del corpo assemblato e sulla sua bellezza imperfetta».

Le cicatrici, le suture, le asimmetrie del volto e del corpo non sono grottesche ma commoventi, poetiche. La creatura ispira “sia terrore che pietà”, invitando il pubblico a vedersi nel suo dolore e nella sua ricerca di significato.
«Jacob ha questa combinazione di forza e vulnerabilità che è essenziale per la Creatura», spiega Del Toro. «Non è solo un mostro – è un’anima perduta, disperata per una connessione».
Curiosità. Inizialmente il “Mostro” doveva essere interpretato dall’attore Andrew Garfield che ha abbandonato Frankenstein si dice per precedenti impegni…. e il ruolo è passato a Jacob Elordi.
Guillermo del Toro e Mike Hill hanno trascorso ben 9 mesi a dare vita al mostro, tenendo ovviamente come riferimento Andrew Garlfied. Poi l’attore è uscito di scena a causa di impegni precedentemente presi e il regista e il make-up artist si sono ritrovati con un pugno di mosche. A portare sul loro cammino Jacob Elordi è stata certamente la dea bendata, dal momento che in sole 9 settimane ha preso vita una nuova versione dell’inquietante personaggio.
Jacob si è rivelato l’attore perfetto per il ruolo della creatura e con cui ho avuto un’intesa davvero incredibile. Mi è bastato dirgli poche cose e lui ha capito e le ha fatte. Gli abbiamo dato la parte e avevamo solo 9 settimane per mettere a punto il suo look. Impossibile essere più sotto pressione di così.
L’iconografia ricorrente: L’Angelo di fuoco

Del Toro inserisce anche elementi iconografici ricorrenti nel suo cinema, come l’immagine di un angelo infuocato, che ricorda i suoi film precedenti come Cronos e Hellboy II: The Golden Army. Questi simboli visivi non sono mai casuali ma portano stratificazioni di significato: l’angelo caduto, la ribellione prometeica, la bellezza nella distruzione.
«Del Toro mescola elementi horror con momenti di profonda bellezza e risonanza emotiva», osservano i critici. Non è un film di spaventi improvvisi o violenza gratuita, ma un’esperienza immersiva che utilizza il gotico per esplorare temi universali.
Il processo creativo: lezioni da trent’anni di gestazione
Il percorso di Del Toro verso Frankenstein offre lezioni preziose per chiunque lavori nel campo creativo. Vediamole nel dettaglio.
1. L’importanza dei notebook: esternalizzare l’immaginazione
Del Toro è famoso per i suoi leggendari notebook, riempiti di schizzi, note, riflessioni, disegni di creature. Bellissimo il libro: “The Art and Making of Frankenstein” perché include «schizzi evolutivi del mostro dai suoi leggendari quaderni» e oltre dodici elementi effimeri unici inseriti a mano in ogni libro!

Questi notebook non sono semplici diari ma strumenti di lavoro essenziali. Esternalizzare pensieri e immagini su carta permette di:
- Liberare la mente: non devi tenere tutto in testa
- Vedere connessioni: le idee su pagine diverse possono dialogare visivamente
- Iterare: puoi tornare su concetti anni dopo e svilupparli ulteriormente
- Documentare l’evoluzione: vedere come un’idea cambia nel tempo è prezioso
Io ho ricevuto in regalo THE ART AND MAKING OF FRANKENSTEIN. Prima di scrivere questo post l’ho letto e riletto parecchie volte. Si viene letteralmente catapultati nell’altrove, soprattutto perché le tavole del libro sono balsamo per gli occhi e la mente. Il libro è scritto in inglese, dettaglio che ho molto apprezzato.




2. La ricerca ossessiva: conoscere profondamente il materiale
Del Toro non si è limitato a leggere il romanzo di Shelley, lo ha studiato ossessivamente per decenni. Ha analizzato ogni adattamento precedente, da James Whale (1931) ai film della Hammer con Christopher Lee (1957-1974). Ha riflettuto su cosa funzionava e cosa no, su cosa era stato omesso, su come il “complesso di Frankenstein” si era evoluto nella cultura popolare.
«Molta parte del dialogo [nel film] è interamente originale, ma ha il gergo e i ritmi di Mary Shelley. Quando l’inglese è la tua seconda lingua, sei addestrato molto acutamente alla melodia e ai ritmi di una lingua. Ho cercato di rendere il dialogo così senza suonare arcaico», spiega Del Toro.
Questa attenzione maniacale al dettaglio – ai ritmi linguistici, alla struttura narrativa, alle sfumature filosofiche – è ciò che separa un adattamento superficiale da uno profondo.
Piccola curiosità per gli appassionati…..il regista ha ben 13 biblioteche nella sua Bleak House, sono tutte organizzate per tema: fiabe, occulto…e vanta, oltre a numerosi oggetti di scena dei molti film che ha diretto, anche una incredibile collezione su Stephen King.



3. Accumulare strumenti tecnici e narrativi
«È un film che richiede una crescita e degli strumenti che non avrei potuto avere 10 o 20 anni fa», dice Del Toro. Ogni film precedente è stato un’opportunità per affinare competenze specifiche:
- Cronos (1993): lavorare con effetti pratici e tematiche gotiche
- Il labirinto del fauno (2006): creare creature fantastiche con profondità emotiva
- Pacific Rim (2013): gestire produzioni su larga scala
- La forma dell’acqua (2017): raccontare storie d’amore impossibili tra umani e “mostri”
- Pinocchio (2022): tecniche di animazione e narrazione fiabesca con complessità morale
Ognuna di queste esperienze ha contribuito a prepararlo per Frankenstein. Non si improvvisa un capolavoro; si costruisce lentamente, progetto dopo progetto.
4. Aspettare il momento giusto: contesto e libertà creativa
Per anni, Hollywood era riluttante a rivisitare una storia così nota, specialmente con il livello di ambizione e sfumatura che Del Toro richiedeva. Il progetto languiva in un limbo di sviluppo. «Ci sono stati così tanti film di Frankenstein», ammette Del Toro. «Ma volevo fare qualcosa che onorasse Shelley e parlasse anche ai nostri tempi».
La svolta arrivò quando Netflix, fresca del successo del Pinocchio di Del Toro (che vinse l’Oscar), gli offrì la libertà creativa e le risorse per realizzare la sua visione senza compromessi. «Non volevo rifare Frankenstein solo perché potevo», spiega. «Volevo farlo perché ne avevo bisogno».
Il film, dopo il passaggio al cinema alla Mostra del Cinema di Venezia 2025 (dove è stato presentato in concorso), è uscito su Netflix il 7 novembre. La piattaforma ha dato a Del Toro due ore e mezza di runtime, confidando nella sua visione. «Non preoccupatevi», ha rassicurato Del Toro i responsabili di Netflix, «questo è un lavoro che ogni dieci minuti cambia genere».
5. La collaborazione come elevazione
«Era in atto delle dinamiche, delle forze misteriose al punto che ci sentissimo tutti sincronizzati nel realizzare il sogno di una vita di Guillermo. È stata un’esperienza molto gioiosa e divertente, nonostante la materia fosse oscura e cupa», racconta Oscar Isaac.
Del Toro è un collaboratore generoso. Raduna attorno a sé artigiani, attori, tecnici di altissimo livello e crea un ambiente dove ognuno può dare il meglio di sé.
Questo aspetto è cruciale: i grandi progetti creativi non nascono dall’isolamento geniale ma dalla sinergia di talenti diversi che lavorano verso un obiettivo comune. Del Toro crea quella che Isaac descrive come “una setta” – un gruppo unito da una missione condivisa e da un rispetto reciproco.
6. Essere custodi, non proprietari
«Sono solo un custode di questa storia», ha dichiarato Del Toro con umiltà. «Voglio onorare Shelley e voglio onorare il mostro in tutti noi».
Questa mentalità di “custodia” è fondamentale. Del Toro non vede Frankenstein come un veicolo per il proprio ego ma come un patrimonio culturale di cui è temporaneamente responsabile. Questa prospettiva lo libera dalla pressione di dover “reinventare” tutto e gli permette di concentrarsi su ciò che è veramente importante: servire la storia, i personaggi, i temi.
«Adattare è come sposare una vedova. Devi rispettare la memoria del suo defunto marito, ma il sabato devi ottenere un po’ di azione», scherza Del Toro, riassumendo brillantemente la tensione tra fedeltà e innovazione che caratterizza ogni adattamento riuscito.
7. L’esperienza personale come lente interpretativa
«Il mostro sono sempre stato io, sono stato Victor, Elizabeth, anzi attraverso questo romanzo ho capito cosa ha significato essere un figlio, un padre. Quindi la mia voce, a compimento di quest’opera, finalmente è riuscita a esprimersi», confessa Del Toro.
E ancora: «Questo è una cosa soprannaturale, e questo sono io. Ecco perché non mi adatto. Quando ho perso mio padre e ho perso mia madre, e ho dovuto davvero chiedermi chi sono perché diventi il figlio di nessuno», riflette il regista. «Questo è stato il mio ingresso nella Creatura».
Del Toro non ha cercato di essere “obiettivo” ma ha canalizzato le proprie esperienze di perdita, alienazione, ricerca di identità nel film. Questo è ciò che trasforma un adattamento competente in un’opera d’arte personale e viscerale. La creatività autentica richiede vulnerabilità, la disponibilità a mettere le proprie ferite sulla pagina (o sullo schermo).
La struttura drammaturgica: un film che “cambia genere ogni dieci minuti”
Una delle caratteristiche più interessanti del Frankenstein di Del Toro è la sua natura stratificata e metamorfica. «Ogni dieci minuti cambia genere», ha promesso Del Toro, ed è veramente così.
Il film oscilla tra:
- Melodramma familiare: la relazione tra Victor e suo padre (Charles Dance), un barone chirurgo che impartisce la propria conoscenza con disciplina severa
- Thriller scientifico: la creazione della creatura, mostrata con dettaglio quasi documentaristico
- Horror gotico: momenti di terrore viscerale e atmosferico
- Romance tragico: l’amore impossibile tra la creatura ed Elizabeth
- Dramma filosofico: lunghe sequenze di dialogo sulla natura dell’esistenza, della responsabilità, del perdono
- Avventura epica: il viaggio della creatura attraverso paesaggi ostili
Questa fluidità di genere è una caratteristica distintiva del cinema di Del Toro, ma in Frankenstein raggiunge forse il suo apice. È un film che rifiuta di essere ridotto a una singola categoria, proprio come la creatura rifiuta di essere ridotta a “mostro”.
I temi centrali: cosa ci dice veramente questo Frankenstein
Paternità e abbandono: il peccato originale
Al centro del film c’è la relazione tormentata tra creatore e creazione, tra padre (simbolico) e figlio. Victor Frankenstein crea la vita ma poi fugge orrificato da ciò che ha fatto, abbandonando la sua creatura senza nome, senza educazione, senza amore.
«Come tutti i tiranni, Victor crede di essere una vittima», osserva Del Toro. Victor è incapace di vedere il danno che causa, intrappolato nella propria narrazione di genio incompreso. Questa dinamica riflette molte relazioni padre-figlio disfunzionali: il genitore che dà la vita ma non la guida, che proietta le proprie ambizioni senza considerare i bisogni del figlio.
E il pattern si ripete generazionalmente. Victor stesso ha avuto un padre tirannico (il Barone Leopold), che ha trasmesso il proprio trauma. «C’è una bellissima circolarità», nota Isaac, «quest’idea di padri e figli e di come il trauma viene trasmesso».
Ma Del Toro offre anche una via d’uscita: «Le colpe dei padri non sono catene, ma ferite da cui i figli possono cercare di liberarsi». Il perdono diventa la chiave per spezzare il ciclo.
Solitudine e bisogno di appartenenza
«Il capolavoro di Mary Shelley è uno dei più potenti ritratti sulla solitudine mai scritti», afferma Del Toro. La creatura, respinta da tutti a causa del suo aspetto, vaga disperata alla ricerca di connessione, di qualcuno che la veda oltre le cicatrici.
«Tutti nel film hanno un difetto e una mancanza. Hanno tutti bisogno di amore. Penso che sia un film molto tenero», dice Del Toro. Questa universalizzazione del bisogno di appartenenza è ciò che rende la storia così potente ancora oggi. Nell’era dei social media, della polarizzazione, della frammentazione sociale, tutti sperimentiamo forme di alienazione.
La creatura impara a parlare (e leggere) da un vecchio cieco – l’unico che non può vederla e quindi non può giudicarla per il suo aspetto. Questa scena, fedele al romanzo, sottolinea quanto la nostra percezione sia dominata dal visivo, quanto rapidamente giudichiamo basandoci sull’apparenza.

L’ambizione scientifica e la responsabilità etica
Victor Frankenstein è il prototipo dello scienziato prometeico: vuole «conquistare la morte», «giocare a fare Dio», superare i limiti della natura. Ma non si ferma mai a considerare le implicazioni etiche del suo lavoro. Cosa significa dare vita a un essere senziente? Quali responsabilità comporta? Cosa succede se poi non puoi controllare ciò che hai creato?
Queste domande risuonano fortemente nell’era della biotecnologia, dell’editing genetico (CRISPR), dell’intelligenza artificiale. Come Victor, molti scienziati e sviluppatori tecnologici sono così concentrati su cosa possono fare che non si chiedono se dovrebbero farlo.
«Gli sviluppatori di AI hanno un’ambizione sfrenata come Victor Frankenstein», avverte Del Toro. «La tecnologia sviluppata senza previsione può produrre risultati oltre il nostro controllo, specchiando la narrativa tragica di Frankenstein».
Il mostro dentro e fuori: chi è veramente mostruoso?
«I mostri sono metafore», ripete Del Toro come un mantra. «Ci mostrano chi siamo, cosa temiamo e cosa speriamo». In Frankenstein, questa metafora raggiunge il suo massimo potenziale: chi è il vero mostro – la creazione o il creatore?
La creatura, nonostante il suo aspetto terrificante, sviluppa intelligenza, sensibilità, eloquenza. Impara a leggere opere filosofiche, riflette sul proprio posto nell’universo, desidera amore e compagnia. È «più umana degli umani attorno a lei», come nota Del Toro.
Victor, invece, nella sua ossessione, diventa progressivamente più isolato, più indifferente alla sofferenza altrui, più mostruoso nel suo egocentrismo. «Il film chiede sottilmente: Chi è il vero mostro – la creazione o il creatore?»
«I mostri di oggi? Indossano giacca e cravatta», conclude provocatoriamente Del Toro. La vera minaccia non viene dalle creature deformi delle storie gotiche ma da sistemi impersonali, da decisioni prese in uffici eleganti, da algoritmi privi di empatia.
Il perdono come atto rivoluzionario
Forse l’elemento più radicale del Frankenstein di Del Toro è l’enfasi sul perdono. Non il perdono facile, meritato, ma quello difficile, doloroso, che richiede di assolvere chi ti ha danneggiato profondamente.
«Nel mio film, entrambi hanno un incontro di pace», spiega Del Toro. «Sartre diceva che “l’inferno è nell’altro”. Io dico che “è la salvezza nell’altro”».
In un’epoca di cultura della cancellazione, di polarizzazione estrema, di narrativas di vittime e carnefici rigidamente definite, Del Toro propone una via alternativa: la possibilità di riconciliazione, di comprensione reciproca, di chiusura del cerchio.
La creatura, «ormai intelligente e cosciente», cerca «anche un proprio posto nel mondo» e sceglie di «assolvere colui che quei tormenti interiori gli ha provocato». Non per debolezza, ma per liberarsi dal peso dell’odio, per spezzare la catena della vendetta.
Suggerimenti pratici per chi lavora con la creatività
Sulla base dell’esperienza di Del Toro con Frankenstein, ecco alcune lezioni concrete applicabili a qualsiasi progetto creativo:
1. Coltiva ossessioni a lungo termine
Non tutti i progetti devono essere realizzati immediatamente. Identifica 2-3 idee che ti appassionano profondamente e continua a esplorarle nel tempo, anche se non stai lavorandoci direttamente. Ogni progetto intermedio può essere un’opportunità per affinare competenze rilevanti.
2. Esternalizza il tuo processo creativo
Usa notebook fisici, sketchbook, board digitali. Il semplice atto di mettere le idee fuori dalla tua mente le rende più manipolabili e permette di vedere connessioni inaspettate.
3. Studia i maestri, poi trova la tua voce
Del Toro ha studiato ossessivamente tutti gli adattamenti precedenti di Frankenstein, ma poi ha trovato il suo approccio unico. Non aver paura di imparare dai predecessori, ma non limitarti a imitarli.
4. Abbraccia i limiti come opportunità creativa
Del Toro ha rifiutato l’AI e gli effetti digitali facili, costringendosi verso soluzioni pratiche. Questi “limiti” hanno prodotto risultati più originali e memorabili.
5. Crea comunità creative, non gerarchie
Del Toro ha costruito un set dove tutti si sentivano «sincronizzati nel realizzare il sogno di una vita». Non era un tiranno ma un catalizzatore di talenti altrui.
6. Sii vulnerabile nel tuo lavoro
Del Toro ha canalizzato il dolore per la perdita dei genitori nella storia. L’arte più potente viene spesso dalle nostre ferite più profonde.
7. Aspetta il contesto giusto
Non tutti i progetti sono realizzabili in ogni momento. A volte bisogna aspettare che il contesto culturale, tecnologico o industriale sia pronto.
8. Lavora con le mani
In un’era digitale, c’è un valore immenso nel lavoro fisico, tangibile. Gli effetti pratici, i modelli fisici, gli schizzi a mano hanno una qualità che il digitale fatica a replicare.
9. Studia campi adiacenti al tuo
Del Toro ha fatto studiare a Elordi il Butoh (danza giapponese) per sviluppare la fisicità della creatura. Le migliori innovazioni spesso vengono dall’ibridazione di discipline diverse.
10. Ricorda il tuo “Perché”
Del Toro non ha fatto Frankenstein per soldi o fama (li aveva già) ma perché «ne aveva bisogno». Questo tipo di motivazione intrinseca è ciò che sostiene attraverso le difficoltà inevitabili.
Perché questa storia non muore mai?
«Frankenstein perdura in tutte le sue iterazioni perché pone domande senza tempo: Cosa significa essere umani? Possiamo sfuggire alle conseguenze delle nostre azioni? C’è speranza per l’emarginato?» riflette Del Toro.
Dal 1818 a oggi, la storia di Victor Frankenstein e della sua creatura è stata adattata innumerevoli volte in letteratura, cinema, televisione, teatro, fumetti. Ogni epoca ha trovato in essa un riflesso delle proprie ansie e speranze.
«La storia di Frankenstein è la storia di tutti noi», conclude Del Toro. «Stiamo tutti cercando accettazione, tutti capaci di creare bellezza e distruzione».
In un’epoca di intelligenza artificiale, editing genetico, cambiamento climatico causato dall’uomo, la domanda centrale di Frankenstein – “Quali sono le nostre responsabilità verso ciò che creiamo?” – non è mai stata più urgente.
Il mostro come specchio e come maestro

Il Frankenstein di Guillermo Del Toro non è semplicemente un altro adattamento di un classico letterario. È il culmine di un viaggio artistico trentennale, un manifesto contro la disumanizzazione tecnologica, una meditazione sul perdono e sulla riconciliazione, e soprattutto, una celebrazione dell’artigianato umano in un’era di automazione.
«Questo film conclude una ricerca che per me è iniziata a sette anni», dice Del Toro. «Il capolavoro di Mary Shelley è pieno di domande che mi bruciano dentro l’anima: domande esistenziali, tenere, selvagge, senza scampo, come solo una mente giovane può porsi e a cui solo gli adulti e le istituzioni credono di poter rispondere. Per me, però, solo i mostri detengono la risposta a tutti i misteri. Sono loro il mistero».
In un mondo che ci spinge costantemente verso l’efficienza, la produttività, la quantificazione, Del Toro ci ricorda il valore dell’imperfezione umana, della vulnerabilità, del tempo necessario per creare qualcosa di autentico. Il suo rifiuto categorico dell’AI generativa non è tecnofobia ma una difesa appassionata del tocco umano, delle cicatrici visibili del processo creativo, dell’artigianato che porta con sé la firma unica del creatore.
«Preferirei morire piuttosto che usare l’AI generativa nei miei film», ha dichiarato. E in questa affermazione radicale c’è una lezione per tutti noi che lavoriamo con la creatività: l’arte non è un prodotto da ottimizzare ma un atto di espressione umana, con tutte le sue meravigliose imperfezioni.
Il mostro di Frankenstein, con le sue cicatrici visibili, il suo corpo assemblato imperfettamente, la sua fame disperata di connessione, è forse la metafora perfetta per il processo creativo stesso: mettere insieme pezzi disparati, accettare l’imperfezione, cercare riconoscimento, rischiare il rifiuto. E come la creatura, anche i nostri progetti creativi più personali ci sfidano a chiederci: siamo capaci di amare ciò che abbiamo creato, anche quando non è perfetto? Siamo disposti ad assumerci la responsabilità per ciò che mettiamo nel mondo?
«Sono solo un custode di questa storia», conclude umilmente Del Toro. «Voglio onorare Shelley e voglio onorare il mostro in tutti noi».

In questa custodia rispettosa ma appassionata, in questo dialogo attraverso i secoli tra una diciannovenne visionaria del 1818 e un maestro messicano del 2025, c’è forse la lezione più importante: le grandi storie non appartengono a nessuno e appartengono a tutti. Ogni generazione deve reinterpretarle alla luce delle proprie paure e speranze. Ma se lo facciamo con onestà, vulnerabilità e artigianato autentico, quelle storie continueranno a illuminare il nostro cammino, mostrandoci – attraverso i mostri – cosa significa essere umani.
The Exhibition
Spero tanto portino anche in italia la mostra che al momento è stata allestita presso l’Hotel Selfridges a Londra.





Nuovo Romanticismo
Stiamo assistendo a una sorta di nuovo Romanticismo che permea diverse espressioni culturali contemporanee, una risposta emotiva e sensoriale all’iper-digitalizzazione e alla velocità estrema del nostro tempo.

Nel cinema, questa sensibilità trova espressione in Dracula: A Love Tale (2025) di Luc Besson e incarna pienamente questo ritorno al romanticismo: il regista francese dichiara apertamente che “è un approccio totalmente romantico”, trasformando il classico di Bram Stoker in un melodramma dove l’insistenza sul romanticismo pervade tutto il film, raccontando “la storia d’amore di un uomo che aspetta 400 anni la reincarnazione di sua moglie”. Besson ha costruito un “castello dell’anima” dove ogni tessuto è una confessione e ogni stanza un ricordo, con oltre duemila abiti disegnati dalla costumista Corinne Bruand, dove Dracula veste di viola imperiale, colore della regalità e del lutto, creando un film che “non teme la bellezza, anzi la assume come maledizione”.

Nella musica, l’ultimo album di Rosalía, Lux (2025), rappresenta un’opera massimalista che esplora temi di “misticismo femminile, trasformazione e trascendenza”, registrato con la London Symphony Orchestra e caratterizzato da un intenso romanticismo che attraversa generi, religione e 14 lingue diverse. La critica ha definito Lux come un disco che “ruggisce attraverso generi, romanticismo e religione”, un’accorata proposta di pop classico d’avanguardia che nessun’altra popstar contemporanea avrebbe potuto realizzare.
Un fenomeno particolarmente significativo di questo nuovo Romanticismo è il crescente apprezzamento per il libro cartaceo. Le librerie fisiche in Italia hanno registrato un incremento di 8,8 milioni di euro nel 2024, con una quota del 54,8% sul venduto totale .
Questa tendenza si manifesta anche nella moda Primavera Estate 2025, dove libri e giornali diventano accessori sulle passerelle, “manifesti indossabili dei valori di lentezza e chiarezza”, un “romanticismo 5.0″ verso un mondo di carta e parole stampate in controtendenza rispetto all’eccitazione collettiva per social media e intelligenza artificiale. Il libro cartaceo rappresenta l’unico medium in cui siamo costretti a rallentare, ad affidarci completamente alla voce dell’autore o dell’autrice, senza algoritmi o notifiche a interrompere la nostra immersione narrativa.
Anche la moda haute couture abbraccia questo ritorno: Prada Autunno Inverno 2024-2025 ha affrontato “l’idea di romanticismo, che forse in questo momento è ancora considerato un tabù, soprattutto nella moda”, con frammenti vittoriani, ruches e un’estetica che non guarda con nostalgia al passato ma lo reinterpreta per andare avanti.

Questo nuovo Romanticismo è una ricerca di profondità, spiritualità e autenticità in un’epoca che ci sollecita costantemente ma raramente ci nutre davvero.




