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The Eye di Nathan Williams: il libro che svela come pensano i grandi creativi

Ci sono persone che lavorano nell’ombra, lasciando che sia il loro lavoro a brillare sotto i riflettori. Eppure sono loro a plasmare il modo in cui vediamo la moda, il design, l’intrattenimento. Sono i direttori creativi, quelli che possiedono “l’occhio” – quella capacità quasi magica di intercettare lo zeitgeist (spirito del tempo) prima ancora che arrivi.

Ho appena finito di leggere “The Eye: How the World’s Most Influential Creative Directors Develop Their Vision” di Nathan Williams, fondatore e direttore creativo della celebre rivista Kinfolk, e posso dirvi che questo libro è un vero tesoro per chiunque lavori nel campo creativo. Questo libro è del 2018 e mi domando come non sia finito prima nel mio radar!

Il libro è scritto in inglese e suddiviso in sezioni e prende in considerazione figure di spicco contemporanee della moda, dell’intrattenimento, dell’editoria e del design. Per ogni ambito c’è anche una sezione “Archivio” che racconta la storia anche di personaggi del passato che hanno segnato il mondo con le loro “rivoluzioni creative”. Una sorta di macchina del tempo da sfogliare e ricca di bellissimi scatti in bianco e nero. Lo trovo un regalo stupendo. da farsi e da fare.

Un viaggio tra i giganti della Creatività

Williams ha fatto qualcosa di straordinario: ha portato alla luce le storie di oltre 90 dei più iconici e influenti direttori creativi del nostro tempo. Non si tratta del solito manuale motivazionale, ma di un’immersione profonda nelle menti che hanno ridefinito interi settori.

Tra le pagine incontriamo stilisti del calibro di Claire Waight Keller e Thom Browne, direttori editoriali come Fabien Baron e Marie-Amélie Sauvé, tastemaker leggendari come Grace Coddington e Linda Rodin. Ma non solo: il libro dedica spazio anche ai grandi maestri del passato, da Alfred Hitchcock a Diana Vreeland, da George Balanchine a Yves Saint Laurent.

Interviste, storie e strumenti concreti

Con le sue 448 pagine, “The Eye” è strutturato principalmente come una serie di interviste approfondite che ci permettono di entrare letteralmente nel processo creativo di questi professionisti. Williams ci mostra quali libri leggono, chi sono i loro mentori, quali tecniche usano per raggiungere il successo e, soprattutto, come hanno sviluppato il loro “occhio”.

Il libro spazia attraverso diversi settori – moda, editoria, intrattenimento, design – e per ognuno di questi ambiti ci offre sia ritratti di figure contemporanee che brevi vignette dedicate ai pionieri del passato. C’è anche una sezione dedicata agli oggetti indispensabili per massimizzare la produttività e ai libri fondamentali su design, successo e creatività.

Quello che rende “The Eye” speciale è che non ci dà formule preconfezionate, ma ci mostra i percorsi reali, spesso tortuosi, attraverso cui questi creativi hanno affinato la loro visione unica.

Cosa ho imparato

Se lavori nel campo creativo – che tu sia designer, fotografo, art director, copywriter o semplicemente qualcuno che cerca di portare originalità nel proprio lavoro – questo libro ti offre qualcosa di raro: l’accesso diretto al pensiero di chi ha davvero cambiato le regole del gioco.

L’occhio si sviluppa, non si possiede per nascita. Questa è forse la lezione più liberatoria del libro. Williams smonta il mito del talento innato mostrandoci come anche i più grandi abbiano dovuto coltivare la loro visione attraverso l’osservazione, la curiosità, i fallimenti e l’apprendimento continuo.

I mentori contano. Quasi tutti i creativi intervistati parlano di figure chiave che li hanno guidati, ispirati o sfidati. Non si costruisce una visione nel vuoto, ma attraverso il confronto e l’ispirazione reciproca.

Le tecniche sono diverse, ma esistono dei pattern. Leggendo le interviste emergono temi ricorrenti: la capacità di osservare ossessivamente il mondo, l’importanza di una cultura visiva ampia, il coraggio di andare controcorrente, la disciplina quotidiana.

Vi racconto una delle storie contenute nel libro, quella di Stefano Pilati.

Stefano Pilati: rinascita berlinese di un visionario

C’è una malinconia dolce nel modo in cui Stefano Pilati parla di Milano, la città che lo ha visto crescere e che porta ancora addosso come una seconda pelle. “Milano è bellissima,” confessa, e nelle sue parole si sente il peso di un’appartenenza che il tempo e la distanza non hanno scalfito. “Mi riconosco nella sua architettura, nei suoi colori.” È un riconoscersi che va oltre la vista, è quasi un ritrovarsi allo specchio in quelle forme razionali e in quelle tonalità che oscillano tra il grigio e l’ocra.

L’emancipazione da un impero

Gli anni alla guida creativa di Yves Saint Laurent potrebbero suonare come l’apice di una carriera nella moda, eppure per Pilati rappresentano qualcosa di più complesso, un capitolo fatto di luci accecanti ma anche di ombre profonde. “La mia esperienza mi ha dato molto, ma mi ha anche tolto molto,” ammette con una franchezza disarmante. Ora che ha lasciato quel mondo dorato di maison storiche e aspettative monumentali, respira. E in quel respiro c’è una libertà nuova: “Ed è per questo che ora sono entusiasta. Non ho più bisogno di quei filtri.”

Il paradosso delle grandi case di moda è che più crescono, meno permettono al creativo di creare davvero. “Quando lavori per una grande azienda, hai sempre meno tempo per svolgere il tuo lavoro in modo efficace,” spiega Pilati, svelando una verità che molti nel sistema preferirebbero tacere. Ora, nella sua nuova dimensione berlinese, si è riappropriato del tempo, del gesto artigianale, della possibilità di sporcarsi le mani. “Ora mi ritrovo a fare di più nel processo di design quotidiano.”

Random Identities non è solo il nome del suo progetto personale, è quasi un manifesto esistenziale: “una combinazione di progressi tecnici per un modo nuovo e personale di approcciare la moda.” Un modo che rifiuta le categorie, che abbraccia l’ambiguità, che celebra la mutevolezza dell’identità stessa.

Lo stile come seconda natura

Chi lo osserva da lontano potrebbe pensare che il suo look ricercato, quella capacità di mescolare pezzi con un’eleganza apparentemente nonchalant, sia frutto di calcolo. Pilati sorride: “Le persone che non mi conoscono pensano che il mio stile richieda un grande sforzo, ma non è affatto così.” Per lui vestirsi è come respirare, un atto naturale che si modula in base all’aria che tira. Berlino ha riscritto il suo vocabolario stilistico. Ha dovuto adattarsi alla “temperatura del clima, sia letteralmente che figurativamente.”

I due piani superiori di un palazzo storico berlinese ospitano sia il suo studio che la sua casa. Non è casualità, è strategia: “Mi permette di isolarmi nella mia creatività.” In quell’isolamento volontario c’è la ricerca di una concentrazione che le capitali della moda non concedono più.

Il bambino che vedeva i vestiti come parole

La passione per la moda non è arrivata gradualmente nella vita di Pilati. È esplosa. “Immediatamente.” Fin da bambino capisce che i vestiti non servono solo a coprirsi, ma a comunicare. Erano un linguaggio, e lui voleva diventarne fluente.

La Milano degli anni ’70 era un palcoscenico perfetto. “Il mio stile personale era monitorato e forse anche insegnato da coloro nell’ambiente della moda a cui ero attratto.” Imparava con gli occhi, per strada, davanti alle vetrine: una fame di bellezza inesauribile.

I primi passi in un mondo crudele

A diciassette anni entra nel professionismo con uno stage da Nino Cerruti. Ma dietro le luci, l’industria rivela il suo lato più duro: gelosie, competitività, ostilità. A questo si aggiunge il peso dell’essere gay negli anni Ottanta, in un clima di pregiudizio e silenzio. “Stavamo cercando di creare spazi onesti intorno a noi stessi.”

La scalata e l’illuminazione

Dal produttore di velluto a Giorgio Armani, poi Prada, infine Yves Saint Laurent, dove diventa direttore creativo nel 2004. Una scalata perfetta sulla carta, meno nella vita reale, fatta di sacrifici.

Il suo unico rimpianto: “Penso che avrei potuto essere un buon artista.” Riflette sulla differenza tra arte e moda. L’arte ti sceglie, dice. “Penso che la moda… abbia scelto me.”

Eppure l’arte continua a nutrirlo. “Ho bisogno di imparare qualcosa, essere ispirato.” Ora sta leggendo un libro su come gli alberi comunicano.

Il dialogo silenzioso con la natura

Alberi, giardini, parchi: la natura è il suo contrappunto alla moda. A Parigi aveva un giardino di Louis Benech; a Berlino una casa confinante con il più grande parco della città. “La natura mi ricorda che… non posso mai raggiungere quel livello di bellezza.”
La natura lo riporta al vero io, ridimensiona l’ego e restituisce prospettiva.

Berlino, la città che guarda avanti

Si trasferisce a Berlino per sfuggire alla nostalgia. “Credo che siamo in un’era in cui tutti abbiamo bisogno di guardare avanti.” Paradossalmente, una città scelta per isolarsi lo riporta invece alla cultura dei club, all’underground, a un nuovo modo di vedere corpi, generi, relazioni. Una fucina di ispirazione.

L’energia delle nuove generazioni

I giovani lo illuminano. Non è desiderio di sentirsi giovane, ma curiosità autentica. Sostiene designer emergenti come Telfar Clemens e GmbH. Con Random Identities vuole creare scambio, conversazione, contaminazione tra creativi, DJ, musicisti.

Su Instagram mostra i lavori neri, senza genere e senza stagione: moda nata dalla vita reale.

La speranza contro il sistema

“Credo ancora in questo lavoro,” afferma. Ma il sistema è in crisi. Non vuole che i giovani perdano la speranza, come è successo a lui. Ora crea proprio per generare speranza.
È un atto di vulnerabilità raro, ma anche di forza.

Tra i piani alti del suo palazzo berlinese, circondato dai suoi disegni e dal parco, Pilati continua il suo esperimento di libertà creativa: senza filtri, senza compromessi, con una sola bussola: l’onestà verso se stesso e verso chi crede ancora che la moda possa essere più profonda, più vera, più umana.

Perché leggere questo libro

In un’epoca in cui tutti parlano di “personal branding” e “unique voice”, “The Eye” ci mostra concretamente come i professionisti più rispettati al mondo hanno costruito la loro identità creativa. Non attraverso trucchi o scorciatoie, ma attraverso anni di lavoro, ricerca, sperimentazione.

Il libro funziona su più livelli: puoi leggerlo tutto d’un fiato per farti ispirare dall’insieme, oppure puoi consultarlo a piccole dosi, leggendo l’intervista a un diverso creativo ogni volta che hai bisogno di uno stimolo. L’estetica del libro stesso, curata nei minimi dettagli (come tutto ciò che porta la firma di Nathan Williams), rende la lettura un’esperienza visiva oltre che intellettuale.

Se vuoi capire come pensano coloro che hanno ridefinito la cultura visiva contemporanea e la creatività, questo libro è per te.

“The Eye” non è solo un libro sulla creatività: è un manuale di mentorship scritto da chi ha saputo costruire una delle piattaforme culturali più influenti degli ultimi anni. Williams, con la sua esperienza alla guida di Kinfolk e con i suoi bestseller precedenti (The Kinfolk Table, The Kinfolk Home, The Kinfolk Entrepreneur), sa esattamente quali domande fare e come estrarre le lezioni più preziose.

Consigliato? Assolutamente sì. È uno di quei libri che non si leggono una volta sola, ma a cui si torna continuamente per trovare nuove ispirazioni.

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