Talento, terreno fertile per il dubbio

Alcuni film arrivano a darci le risposte alle domande silenziose che spesso ci poniamo. “The final portrait” è uno di quei film.

Il film si ispira al libro “L’ultimo ritratto di Giacometti”.

Stanley Tucci è il regista e questo sono le sue parole: “Sono un grande appassionato del lavoro di Giacometti. Lo sono sempre stato. A un certo punto ho cominciato a leggere di tutto su di lui, compreso il libro da cui è tratto questo film, ‘Un ritratto di Giacometti’. Saranno più di vent’anni che me lo porto dietro. Mi ha sempre interessato il processo creativo: perché un artista fa quello che fa, il rapporto col suo lavoro e con la società.”

Ecco, il processo creativo.

Il lungometraggio prende le mosse da un episodio particolare: nel 1964, durante un viaggio a Parigi, lo scrittore americano e appassionato d’arte James Lord incontra Giacometti, già artista di fama internazionale, che gli chiede di posare per lui. Giacometti gli promise che sarebbe stato un lavoro di un pomeriggio: in realtà il ritratto richiese 18 lunghe e tormentate sedute. Il lavoro terminò solo quando Lord disse all’artista svizzero che non poteva più né aggiungere né togliere niente a quel dipinto. Giacometti regalò il ritratto a Lord come gli aveva promesso. Voleva dipingerne un altro, ma morì due anni dopo: i due uomini non si sarebbero mai più incontrati. Il dipinto fu venduto nel 1990 per oltre 20 milioni di dollari.

Final Portrait racconta la storia di un’amicizia insolita e toccante, ma mette in scena anche le difficoltà del fare arte, un’attività a tratti esaltante, a tratti esasperante e sconcertante, chiedendosi se il talento sia per l’uomo un dono oppure una maledizione.

Durante il film ci sono molti silenzi, sguardi e ci sono anche dialoghi. Brevi, ma intensi. Lord ad un certo punto chiede a Giacometti se sia mai totalmente soddisfatto. Giacometti risponde…mai. Il talento secondo lui è il terreno fertile per il dubbio. Finchè si continua a dubitare di quello che ci circonda, di se stessi, del proprio lavoro…c’è una ragione per andare avanti.

Non bisogna mai accontentarsi, perchè quando le persone ci dicono che il nostro lavoro è “buono” per un artista vuol dire essere solo all’inizio. Oppure significa dover fare esattamente l’opposto proprio come fece Picasso.

Giacometti e Lord durante una passeggiata parlano di Picasso. Picasso una volta chiese a Giacometti un parere su una delle sue statue. Giacometti suggerì a Picasso una modifica. Picasso apportò la modifica, ma fece esattamente l’opposto di quanto suggerito da Giacometti. La morale è che a Picasso non interessava veramente del parere altrui.

La tentazione è quella di giudicare Giacometti, invece la cosa migliore che possiamo fare è osservare con religioso silenzio il processo creativo. Un lusso di pochi, perchè pochissime volte un artista decide di aprire la finestra sul suo mondo.

Sorgerà nel cuore di Montparnasse, il quartiere in cui Giacometti ha vissuto per quasi tutta la sua vita, il Giacometti Institute gestito dall’omonima fondazione. Ospiterà mostre temporanee, un archivio e progetti legati alla memoria dell’artista di origini svizzere.

Ecco cosa dice Giacometti durante alcune interviste:

“Io faccio pittura e scultura per mordere nella realtà, per difendermi, per nutrire me stesso, per diventare più grosso; diventare più grosso per difendermi meglio, per meglio attaccare, per fare più presa, per avanzare il più possibile su ogni piano in tutte le direzioni, per difendermi contro la fame, contro il freddo, contro la morte, per essere il più libero possibile; il più libero possibile per tentare – con i mezzi che oggi mi sono propri – di vederci meglio, di capire meglio ciò che ho intorno, capire meglio per essere più libero, più forte possibile, per spendere, per spendermi il più possibile in ciò che faccio, per correre la mia avventura, per scoprire nuovi mondi, per combattere la mia guerra, per il piacere? per la gioia? della guerra, per il piacere di vincere e per quello di perdere”

“L’arte mi interessa molto, ma la verità mi interessa infinitamente di più… Più lavoro e più vedo diversamente… in fondo diventa sempre più sconosciuto, sempre più bello. Varrebbe per me la pena di lavorare, anche se non c’è risultato per gli altri, per la mia visione personale… la visione che ho del mondo esterno e delle persone… Penso di progredire ogni giorno. Per questo lavoro più che mai. Sono sicuro di fare ciò che non ho ancora mai fatto e che renderà superato ciò che ho fatto fino a ieri sera o stamattina. Non si torna mai indietro… È lungo il cammino. Allora tutto diventa una specie di delirio esaltante, come l’avventura più straordinaria: se partissi su una nave per paesi mai visti e incontrassi isole e abitanti sempre più imprevisti, mi farebbe esattamente lo stesso effetto. Questa avventura la vivo veramente. Allora, che ci sia un risultato o no, che importanza vuole che faccia? Che in mostra ci siano cose riuscite o mancate mi è indifferente. Visto che per me è in ogni modo un fallimento, troverei normale che gli altri non guardino neppure. Non ho niente da chiedere se non di poter continuare perdutamente”.

“Perché troviamo bella una cosa? Un albero? o il cielo? o i volti? e non banale? Un tempo andavo al Louvre e i quadri o le sculture mi davano un’impressione sublime… Oggi [1962], se vado al Louvre, non posso resistere a guardare la gente che guarda le opere. Il sublime oggi per me è nei volti più che nelle opere… Al punto tale che le ultime volte che sono andato al Louvre sono scappato, sono letteralmente scappato. Tutte quelle opere avevano l’aria così misera – un approccio abbastanza miserevole, così precario, un percorso balbuziente attraverso i secoli, in tutte le direzioni possibili, ma estremamente sommarie, primarie, ingenue, per circoscrivere un’immensità formidabile – guardavo con disperazione le persone vive. Capivo che mai nessuno potrebbe cogliere completamente questa vita… Era un tentativo tragico e risibile..”

Qui potete vedere il trailer del film.

 

 

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