Ho visto troppo: Oscar attraversa lo specchio
Al Piccolo Teatro Strehler Sonia Bergamasco, diretta da Antonio Latella, restituisce a Lady Oscar un corpo, una memoria e una domanda che brucia: da che parte scegli di stare?
Domenica 1° novembre, all’ultima replica milanese, sono entrata allo Strehler con in testa la sigla cantata davanti alla tv da bambina. Ne sono uscita con un’altra domanda, molto meno innocente: cosa succede a una persona quando decide di vedere davvero?
È la ferita da cui parte Oscar, il nuovo spettacolo del Teatro Stabile dell’Umbria, scritto da Linda Dalisi e diretto da Antonio Latella, ispirato a Lady Oscar – Le rose di Versailles di Riyoko Ikeda. Cento minuti, un unico atto, una frase che attraversa tutto: ho visto troppo.

Il risveglio in un campo
Niente spade, niente fioretti, niente cavalcate romantiche. Oscar si risveglia in un campo, ferita, con la memoria in pezzi. Ricorda di essere stata cresciuta come un soldato perché il padre voleva un maschio, di essere diventata comandante della guardia reale, di aver protetto Maria Antonietta come un angelo custode, di aver amato in silenzio lo stesso conte svedese amato dalla regina. Poi, un giorno, ha guardato il suo popolo andare in pezzi.
Qui sta la prima intuizione del testo di Dalisi: la sua Oscar non impugna armi, ma un arco, e studia le teorie degli arcieri giapponesi. Mirare, respirare, lasciar andare. La rivoluzione, prima che nelle piazze, è un esercizio di attenzione.
Una storia di vent’anni, un testo di oggi
Può sembrare un paradosso: portare in scena la Francia del 1789 per parlare del 2026. Eppure Oscar è un testo attualissimo, e non per un vezzo di regia.
- Identità e genere. Oscar è una donna a cui è stata tolta, fin dall’infanzia, la possibilità di scegliere chi essere. Il suo corpo è privato e insieme politico, come ricorda Latella: diventa una bandiera, che lei lo voglia o no.
- Il potere della voce collettiva. Nel racconto la maldicenza del popolo, la vox populi, ha un peso reale: oggi la chiameremmo opinione pubblica, o più semplicemente i social.
- Fedeltà o giustizia? Il Piccolo lo formula senza giri di parole: cedere all’amore o lottare per un ideale? Cosa siamo disposti a sacrificare? È la domanda di ogni epoca che si accorge, troppo tardi o giusto in tempo, che il privilegio ha un prezzo pagato da altri.
- Le donne che lottano. Dalisi lo dice apertamente: il legame con il presente passa dalle donne che oggi combattono per la vita e per la libertà.
Latella parla di incompiutezza: Oscar, dopo aver visto, si spezza e resta un essere non finito. È proprio questa crepa, dice, a emozionarlo. A me è sembrata la cosa più vera dello spettacolo: nessuna eroina marmorea, ma una persona che si ricompone a frammenti.

Lo specchio: il vero co-protagonista
Se devo scegliere un’immagine da portarmi via, è quella. La scena di Giuseppe Stellato ruota attorno a un grande specchio girevole, un enorme oblò che sa di passaggio al di là dello specchio, di soglia tra la vita e un Aldilà onirico e confuso. Attorno, quinte trasparenti di plastica, come pareti di una gabbia luminosa, e sul pavimento centinaia di post-it gialli: i frammenti di memoria, ma anche le chiacchiere, i giudizi, il brusio di una corte che parla alle spalle.
Lo specchio non si limita a riflettere: gira, sposta, raddoppia. Riflette un’epoca, identità, vite doppie, simulacri di storia; dietro le quinte trasparenti compaiono presenze quasi olografiche, prima sbiadite, poi sempre più nitide. Oscar si muove in un continuo esercizio di rispecchiamento, dove perdersi e ritrovarsi diventa lo stesso gesto. Come per i miei amati ambienti immersivi, qui lo spazio non fa da sfondo: è il pensiero stesso della regia. Ogni volta che il vetro mi restituiva la platea, mi veniva da chiedermi da che parte della storia sarei stata io.
È una scelta ardita, e proprio per questo funziona: suggestiva e al tempo stesso leggibile, una sintesi non scontata. Intorno, i costumi di Graziella Pepe spogliano i nobili dell’abito d’epoca, le luci di Simone De Angelis e il suono di Franco Visioli (dal Settecento al rap, con scarti volutamente stridenti) tengono tutto sospeso tra sogno e cronaca.
Gli attori
Sonia Bergamasco regge la scena per un’ora e quaranta con una fisicità ideale per il ruolo: rigore da soldato, febbre del corpo, fragilità che affiora senza bisogno di sottolineature. Qualche critico trova a tratti la recitazione un po’ artefatta; io ho visto soprattutto una pianista prima ancora che un’attrice, che lavora sul ritmo e sul silenzio.
Intorno a lei, sei interpreti che entrano ed escono dalla memoria di Oscar:
- Nicola Mastroberardino è André, l’amico di sempre che la aiuta a ricostruirsi;
- Beatrice Verzotti è Maria Antonietta, la regina dai giorni contati;
- Alessandro Bay Rossi è il conte di Fersen;
- Giulia Mazzarino è Jeanne, che risveglia in Oscar il senso di giustizia;
- Giulia Heathfield Di Renzi è Rosalie, la giovane popolana che le mostra il mondo fuori dalla corte;
- Massimiliano Speziani è la figura più geniale: un doppio che alterna Robespierre e il generale Jarjayes, il padre di Oscar. Un’idea sottile, perché è proprio quel padre, imponendole un ruolo, ad aver fatto della figlia la prima rivoluzionaria.
Le voci e i pezzi cantati
Se lo specchio è l’occhio dello spettacolo, la musica ne è il respiro. Il sound design di Franco Visioli, storico complice di Latella, non accompagna la scena: la attraversa, passando dal Settecento di Mozart al rap, in una regia che qualcuno ha definito elettro-rap. Il contrasto è voluto: la Francia del 1789 e il nostro presente si parlano attraverso il suono, prima ancora che attraverso le parole.
In questo flusso, i momenti cantati (anche rap) sono come finestre che si aprono nella memoria a pezzi di Oscar, e le belle voci del cast ci ricordano che il teatro, prima di essere racconto, è corpo che vibra.
Un’imperfezione che resta addosso
Non è uno spettacolo facile, né pretende di esserlo. La struttura è frammentaria e chi non conosce la storia originale può perdere qualche appiglio; la maturazione umana del personaggio è appena accennata, e alcuni passaggi grotteschi o musicali possono sembrare gratuiti. Famiglia Cristiana lo definisce curioso, ambizioso, intrigante anche se imperfetto: concordo. Ma c’è un’imperfezione che somiglia a un’intenzione, e Latella lo ha detto chiaramente, parlando di incompiutezza.
Ho lasciato la sala con lo stesso sentimento con cui si esce da una mostra che non ti dà risposte e ti obbliga a cercarle. Credo sia il miglior complimento che si possa fare al teatro.
Dopo Milano. Lo spettacolo prosegue la tournée: Carrara (3 novembre), Lugano al LAC (24 novembre), Genova al Teatro Ivo Chiesa (7-10 gennaio 2027). Se vi capita a tiro, andate. E guardatevi, almeno una volta, nello specchio.


