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Biennale Arte 2026: l’arte di prendersi cura (e il Padiglione del Giappone che mi ha insegnato a tenere in braccio il futuro)

C’è un momento, in ogni Biennale, in cui smetti di camminare e cominci ad ascoltare. Quest’anno quel momento ha un nome musicale: In Minor Keys. Ai Giardini e all’Arsenale, fino al 22 novembre 2026, la 61. Esposizione Internazionale d’Arte non alza la voce. Ti chiede di abbassare la tua.

Il tema

Da dove nasce il titolo

In musica la tonalità minore indica sia la struttura di un brano sia il suo colore emotivo: malinconia, stranezza, ma anche consolazione, speranza, trascendenza. Koyo Kouoh, la curatrice camerunense, ne ha fatto un programma. Le tonalità minori, scriveva, rifiutano la bombastica orchestrale e le marce militari, e prendono vita nei toni sommessi, nelle frequenze basse, nei mormorii, nella poesia. È una mostra che non vuole commentare in modo ansioso le cronache del mondo, né evaderne. Vuole riconnettere l’arte al suo habitat naturale: l’emotivo, il sensoriale, il soggettivo.

Come è stato costruito

Il testo curatoriale è stato reso pubblico a fine maggio 2025, a pochi giorni dalla scomparsa di Kouoh, morta a 57 anni. La Biennale è stata poi realizzata dalla squadra di Koyo Kouoh: Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira e Rasha Salti come advisor, Siddhartha Mitter come editor-in-chief, Rory Tsapayi come assistente. Il lavoro decisivo si è svolto a Dakar, nel suo centro culturale RAW Material Company, dove il team ha passato con lei una settimana, circa un mese prima della sua morte, definendo la lista degli artisti, la struttura e il design. Molte opere sono state completate dopo la sua scomparsa.

Il metodo è insolito. Niente sezioni rigide: le opere dialogano per “priorità sotterranee”, cioè per affinità poetica, tensione sperimentale, risonanza emotiva. Kouoh aveva mappato una geografia relazionale di incontri nata in una vita intera, tra Salvador, Dakar, San Juan, Beirut, Parigi e Nashville. I 110 partecipanti si muovono intorno a poche figure ricorrenti:

  • gli shrines, spazi dedicati alla pratica di artisti-guida;
  • le assemblee processionali, con una forte presenza di performance e poesia;
  • l’incanto come risposta al cinismo;
  • le oasi, luoghi di riposo fisico e spirituale, e il giardino creolo, nato come spazio di sopravvivenza e resistenza;
  • le soglie, segnate da lunghi teli blu indaco che chiudono una fase e ne aprono un’altra.

Il motivo grafico è il komorebi, la luce che filtra tra le foglie.

Non tutti sono d’accordo sul risultato. C’è chi ha parlato di “decolonialismo botanico”, elegante ma addomesticato, e chi ha trovato il Padiglione Centrale poco ritmato e troppo affollato. Una recensione internazionale ha riconosciuto che i concetti di Kouoh emergono, anche se non sempre in modo sonoro. Io penso che una mostra che chiede ascolto abbia il diritto di dividere.

Tre incontri lungo il cammino

Nick Cave: il guardiano che diventa albero. Attenzione: è l’artista di Chicago (1959), non il musicista australiano. Il suo Amalgam (Origin) (2025) è una scultura in bronzo monocromo che veglia sul bacino dell’Arsenale, un enorme corpo ibrido, umano, animale e vegetale.

Nasce dal lungo progetto dei Soundsuits, costumi-scultura che nel tempo sono diventati emblemi di resistenza alla violenza razzista. La figura è modellata sul corpo dell’artista e ricoperta da un rilievo floreale che ne addolcisce la posa potente. Dal petto in su diventa un albero che ospita uno stormo di cinquanta specie di uccelli: un “hub migratorio”, dice Cave, immagine di comunità di fronte all’oppressione.

È il manifesto della mostra: contrapporre alla tragedia bellezza e incanto. Nel percorso processionale dell’Arsenale i suoi fiori sembrano a un tempo ricordo e gioia.

Ben Okri: la poesia come segnaletica. Lo scrittore nigeriano non è un “espositore” nel senso classico, eppure le sue parole accompagnano il visitatore. I suoi versi compaiono sui teli blu lungo le Corderie, insieme a quelli di Toni Morrison ed Etel Adnan, e funzionano da segnavia, come i numeri di prova in una partitura orchestrale. Il testo curatoriale ricorda The Unknown Hour, dove il poeta immagina di restare in un giardino abbastanza a lungo da lasciar maturare il tempo. La domanda che ne discende è la più bella dell’intera mostra: può una grande Biennale offrire un luogo dove riposare il corpo e rinunciare alla compulsione di vedere e nominare tutto?

Klara Kristalova: il bosco nel Padiglione Nordico. Qui cambio sede: non è nella mostra internazionale ma nel Padiglione dei Paesi Nordici (Finlandia, Norvegia, Svezia) ai Giardini, nell’edificio di Sverre Fehn. Con Benjamin Orlow e Tori Wrånes, e la curatela di Anna Mustonen, presenta How Many Angels Can Dance on the Head of a Pin?, un paesaggio mitico fatto di scultura, suono e performance, ispirato al folklore nordico e al Kalevala, sui cicli di decadimento, rinnovamento e trasformazione.

L’artista, nata a Praga nel 1967 e cresciuta in Svezia, è nota per le ceramiche abitate da figure adolescenti in metamorfosi, a metà tra fiaba e inquietudine, realizzate con una tecnica di porcellana in stile Meissen volutamente imperfetta. Al centro del padiglione una forma monumentale simile a un albero, che ricorda un corpo umano, ospita una dozzina di sculture più piccole.

Raccontando il lavoro, ha parlato di una donna distesa con il mondo addosso, e di una madre di cui non sai se stia svanendo o tornando. Per lei, abituata a costruire lo scenario come sfondo delle sculture, stavolta anche il palcoscenico è diventato scultura.

Mi colpisce questo filo: corpi che diventano alberi, in Cave e in Kristalova. E, nel padiglione di cui sto per parlarti, corpi piccoli da tenere in braccio. La Biennale di quest’anno ci chiede di pensare al vivente come a una rete di cura.

Giappone: Grass Babies, Moon Babies

Il Padiglione del Giappone compie settant’anni. È l’edificio sollevato sui pilotis progettato da Takamasa Yoshizaka, uno dei più amati dei Giardini. Quest’anno ospita il progetto di Ei Arakawa-Nash (nato a Iwaki nel 1977, vive a Los Angeles), curato da Lisa Horikawa e Mizuki Takahashi per la Japan Foundation.

Qui non si guarda l’arte da lontano. Appena arrivi ti affidano una bambola: ce ne sono circa duecento, pesano cinque o sei chili, portano occhiali da sole e ognuna ha una data di “nascita”. Le date richiamano eventi storici legati al Giappone, agli Stati Uniti e all’Asia del Novecento, e momenti della vita dell’artista, diventato padre nel 2024. La bambola va portata in braccio tra interni e giardino, mentre intorno risuona un’opera sonora con le voci dei gemelli dell’artista.

Poi c’è il gesto più spiazzante: puoi cambiare il pannolino alla tua bambola. Troverai un codice QR che apre la tua personale “poesia del pannolino” (diaper poem), abbinata alla data di nascita assegnata. Sugli schermi scorrono film storici e contemporanei che mettono in crisi l’idea rigida di identità “giapponese”, raccontandola attraverso la presenza diasporica.

Perché è un’opera che resta

Il progetto nasce dall’esperienza di Arakawa-Nash come artista e genitore queer: creazione artistica e genitorialità diventano un’unica pratica di cura condivisa. Il riferimento filosofico è il concetto di “DISCONT” (unità discontinua) di Yoshizaka: soggettività e azione collettiva si incontrano senza fondersi. Ogni visitatore, con il suo piccolo gesto, “attiva” il padiglione.

Dietro l’apparenza giocosa e gioiosamente kitsch c’è un tema serio: il calo demografico, che mette sotto pressione il Giappone ma anche l’Italia, la Corea del Sud, la Cina e buona parte del mondo “ricco”. Non ci sono slogan né soluzioni. C’è una domanda: come si onora una nuova generazione mentre ci si fa carico delle riparazioni e riconciliazioni del mondo che le lasciamo?

C’è anche il tema del lavoro di cura, così spesso invisibile e storicamente “di genere”, qui trasformato in esperienza pubblica e festosa. La genealogia artistica è chiara: Gutai, Fluxus, Azionismo viennese, fino a Mega Please Draw Freely, portata alla Turbine Hall della Tate Modern nel 2021. L’autorialità individuale si dissolve in una costellazione di voci: musei come il Getty e i Giardini Noguchi, l’Università Ca’ Foscari, studi di architettura, collettivi.

Il progetto cresce per tutti i sette mesi della Biennale. A fine agosto la performance itinerante Opera Grass Babies, Moon Babies MORE THAN MUSICAL è partita dal padiglione, “origine della voce”, per raggiungere quello della Corea, mettendo in discussione la separazione tra padiglioni nazionali. Un padiglione che esce da sé stesso: per me è la metafora più bella di questa edizione.

Quello che porto a casa

Lavoro da oltre vent’anni nel mondo degli eventi e delle esperienze immersive, e so quanto sia difficile far partecipare davvero il pubblico, senza ridurlo a spettatore con lo smartphone in mano. Il Giappone ci riesce con un oggetto semplicissimo e un gesto antico: prendere in braccio qualcuno. Niente effetti speciali. Eppure è un’esperienza immersiva nel senso più profondo: ti cambia il corpo, il ritmo, lo sguardo.

È l’opposto del “vedere tutto in fretta”, ed è il diritto alla sosta che Kouoh voleva restituire con le sue oasi e che Okri evoca con il suo giardino. Forse è questo il filo che unisce la mostra internazionale, il bosco di Kristalova, lo stormo di Cave e le bambole di Arakawa-Nash: l’idea che l’arte possa essere uno spazio in cui non tutto va spiegato, consumato o attraversato di corsa.

Vi suggerisco, dopo aver percorso il viale alberato dei giardini, di fare una sosta presso la Serra dei Giardini, una storica orangerie del 1894 situata fra i Giardini della Biennale e appunto Viale Garibaldi.

Una bibita fresca e sentirete la natura che scorre attraverso le stagioni è impagabile. Il cielo era davvero uno spettacolo quel giorno.

Di seguito travate una galleria fotografica per vedere alcune delle opere, ma spero proprio che possiate andare a vedere di persona la Biennale d’Arte!

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