Homo Faber 2026: a Venezia l’isola di luce che trasforma l’artigianato in un arcipelago di meraviglia
Quest’anno in occasione della Biennale d’arte di Venezia, ho vistato anche Homo Faber 2026 perché mi incuriosiva il format e la sua realizzazione.
Prima di vedere un oggetto, a San Giorgio Maggiore si incontra una condizione: il buio, un riflesso, un suono, un filo di luce che scivola su una pietra. Qui l’artigianato non sta in silenzio dentro una teca. Viene raccontato come una successione di incontri.
Dal 1° al 30 settembre 2026, la Fondazione Giorgio Cini ha ospitato Homo Faber 2026: An Island of Light, quarta edizione della biennale promossa dalla Michelangelo Foundation insieme a Fondazione Cini e Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte. L’artista e designer britannica Es Devlin ha trasformato l’isola in un percorso di 15 installazioni immersive, con oltre 700 opere di più di 500 artigiani provenienti da oltre 70 paesi.
L’idea: un arcipelago di mani
La Laguna di Venezia è un arcipelago, e Devlin è partita da qui. Ogni artigiano è un’isola di sapere, distinta dalle altre ma parte di un mare più grande, quello del saper fare. Le installazioni sono i ponti tra queste isole.
Non è una rassegna di padiglioni nazionali e nemmeno una serie di dimostrazioni slegate. È un unico racconto spaziale in cui oggetti, stanze, giardini, acqua e luce si tengono insieme. Il visitatore non guarda soltanto: attraversa atmosfere, si avvicina e si allontana, incontra ombre e riflessi.

Perché il format è innovativo
1. La curatela d’autore. Nel 2024 la messa in scena era stata affidata al regista Luca Guadagnino. Nel 2026 il passo è ancora più netto: la direzione artistica diventa una vera regia autoriale, firmata da un’artista che di mestiere costruisce esperienze. Devlin ha raccontato di non aver mai prima di allora costruito l’esperienza del pubblico su un’intera isola.
2. La luce come materiale. Qui non è un effetto speciale: è il filo conduttore. Con acqua, specchi, movimento e suono, Devlin guida lo sguardo su superfici, trasparenze, colori e gesti. La luce non cambia la forma degli oggetti, ma cambia il modo in cui li leggiamo.
3. Il ritmo. Si alternano intimità e spettacolo, buio e illuminazione, il singolo oggetto e l’ambiente che lo contiene. È il tempo di un racconto, più che quello di una mostra.
4. Il fare è dentro il percorso. Dimostrazioni dal vivo, laboratori partecipativi (come l’intaglio dell’hanko giapponese o il kintsugi, guidati da maestri artigiani), esperienze gastronomiche e visite su misura. E poi un’app per leggere le storie dietro gli oggetti, votare i preferiti e entrare in Homo Faber Connect, una nuova comunità creativa globale.
5. La mostra esce dall’isola. Casa Sanlorenzo ha ospitato due mostre, una sui maestri veneti e una sugli artigiani del Lussemburgo. Per tutto settembre si sono potute visitare circa 130 botteghe veneziane, indicate dalla Homo Faber Guide.
6. Volti nuovi. Secondo il comunicato della Fondazione Cini, l’85% degli artigiani in mostra partecipava per la prima volta.
Un viaggio in quindici tappe

Il racconto parte dagli ex Magazzini della Dogana, con la ricostruzione di un laboratorio appena lasciato dagli artigiani. Poi arrivano i ritratti dei makers e un’enorme libreria cilindrica che ruota e proietta sulle pareti le sagome degli oggetti, un alfabeto misterioso fatto di luce e ombra (An Alphabet of Objects). È la versione più convincente di un’idea già vista nel cortile di Brera, dove la Library of Light di Devlin richiamò quasi 200.000 visitatori al Salone del Mobile 2025.


Nell’ex piscina Gandini, tra un reticolo di cemento e uno specchio d’acqua nera, sorge A Full Moon Rising: una libreria semicircolare di grandi vasi che emerge come una luna, completandosi nel proprio riflesso. Le moon jars e le ceramiche sembrano fluttuare, quasi celesti.
Nel refettorio, A Feast of Light apparecchia una tavola luminosa lunga come un banchetto, con porcellane bianche, vetri e sculture di carta. A Rainbow of Forms esplode di colore: smalti, resine, vetri e plastiche su gradinate ovali, sotto un soffitto a specchio e un tappeto ispirato alla teoria dei colori di Goethe. Nel Chiostro del Palladio un gigantesco specchio cinetico ruota in silenzio accanto a una vasca d’acqua scura, giocando con il sole al ritmo del canto gregoriano (A Great Turning). Nel Chiostro dei cipressi si reinterpreta in silenzio il suono di venti campane. E nel Labirinto di Borges domina un monumentale arazzo, disegnato da Devlin e tessuto da Bonotto, con la flora e la fauna a rischio delle nostre città.
Il fare è una forma di intelligenza
Ogni artigiano, a modo suo, calcola. Il tessitore governa tensione, densità e ritmo. Il vetraio negozia con calore, gravità e respiro. Il ceramista prevede il ritiro dell’argilla prima ancora che entri nel forno. Sono algoritmi materiali, che raramente vengono scritti come codice.

Per chi progetta con strumenti digitali, la lezione è preziosa: precisione non significa uniformità. Un braccio robotico può fresare al decimo di millimetro, ma una mano esperta sa correggere il tiro davanti a un difetto, a una venatura, a uno sbalzo di temperatura. Le tecnologie di fabbricazione del futuro saranno più forti se impareranno ad accogliere il feedback della materia invece di eliminarlo. Homo Faber non è contro la tecnologia, è contro una versione superficiale del progresso.

Una piccola resistenza luminosa
In un’epoca ossessionata dalla velocità e dall’intelligenza artificiale, questa biennale ci chiede di rallentare. Alberto Cavalli, direttore esecutivo della Michelangelo Foundation, ha ricordato che difendere i mestieri d’arte, il talento umano e la creatività significa difendere la nostra libertà.


Il valore della mano, il tempo che un oggetto porta con sé, la conoscenza che vive nel gesto e nella memoria della materia: è tutto lì, sull’isola, in attesa di essere visto. Basta accendere la luce giusta.
Homo Faber 2026 si è concluso il 30 settembre, ma l’universo di artigiani, botteghe e storie continua online su homofaber.com, nella Homo Faber Guide e nell’app.


