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Dior, quando la moda ci fa sognare

Mani sapienti creano dal nulla eleganti pepli, bluse di organza, mantelle con volant, tulle ricamati. Un baule ricolmo di questi abiti preziosi attraverso un bosco incantato, sirene, ninfe e perfino una statua restano ammaliate da tanta bellezza.

Si intitola Le Mythe Dior il corto con cui la Maison ha presentato la collazione Haute Couture per l’autunno-inverno 2020-2021 disegnata dalla direttrice artistica Maria Grazia Chiuri.

Per sviluppare la collezione Maria Grazia Chiuri è partita da una mostra realizzata nel 1933 dalla Maison. Questa scelta ha sicuramente portato anche a dei riferimenti di artiste come Lee Miller, Dora Maar, Leonora Carrington, Jacqueline Lamba e Dorothea Tanning. Le loro fotografie, così surrealiste, sono state un punto d’ispirazione per immaginare un modo diverso di fare la collezione.

Tredici minuti di pura magia firmati da un altro talento della creatività italiana, il regista Matteo Garrone. Per raccontare la favola della nascita di un abito di alta moda.

Le note leggere del brano composto per l’occasione da Paolo Buonvino, introducono lo spettatore all’interno di una stanza dove alcune sarte sono impegnate nella realizzazione di piccoli ma sofisticati modelli; di lì a poco si scoprirà che i minuziosi indumenti sono stati concepiti per catturare l’attenzione di “clienti” a dir poco speciali.

Ambientato nelle spettacolari location laziali della Riserva Naturale Monte Rufeno, del Bosco Monumentale del Sasseto e dei Giardini di Ninfa, il cortometraggio non manca di stupire lo spettatore, sospeso in un’atmosfera serena e a tratti nostalgica.

Inizia così un viaggio sorprendente all’interno di una dimensione bucolica, completamente sospesa nel tempo, dove classicismo e innovazione contemporanea si fondono in un’armonia che sposa a pieno il concetto greco di mìmesis.

Gli abiti custoditi all’interno di un baule/casa delle bambole trasportato da due portantini che sembrano essere fuggiti da un film di Wes Anderson, sono infatti formati da eleganti drappeggi che ben incarnano la delicatezza stessa della natura.

Ad abitare questo luogo ameno descritto da Garrone non sono esseri qualsiasi, bensì creature fantastiche e mitologiche – come sirene, fauni e ninfe – che, consci del proprio essere, guardano ai capi d’abbigliamento con desiderio e curiosità (fatta eccezione per un Narciso troppo concentrato su se stesso per poter volgere lo sguardo altrove).

L’occhio cinematografico di Matteo Garrone continua a restituire universi fatati divenuti, inevitabilmente, parte del nostro immaginario collettivo. Ogni inquadratura diviene una citazione, più o meno esplicita, di grandi capolavori della storia dell’arte. Le allusioni al mondo della pittura, e non solo, sono infatti numerosissime.

Impossibile non notare forti accostamenti tanto con pietre miliari del Rinascimento (come La nascita di Venere del Botticelli Le disavventure di Sileno di Piero di Cosimo) quanto con la corrente dei preraffaelliti, con la pittura di Lawrence Alma Tadema e, perfino, con i surrealisti.

Così la mistica bellezza di Dior viene espressa dal corto attraverso le creature che si avvicino incuriosite ai capi. Le scene, immerse in una trama floreale che a tratti rimanda a Monet, guadagnano fascino dai vari richiamo artistici e mitologici che si susseguono lungo i dieci minuti di cortometraggio. Impossibile non notare l’influsso preraffaellita nei gruppi di ninfe che si rincorrono, giocando, nell’acqua, come in Ila e le Ninfe (1896) di John W. Waterhouse; oppure l’afflato romantico dell’accavallarsi delle pelli diafane le sensuali creature si sfiorano come ne Il ninfeo (1878) di William-Adolphe Bouguereau.

William-Adolphe Bouguereau: “Il ninfeo”, 1878

Dalle figure femminili a quelle maschili, come il ragazzo che rispecchiandosi nell’acqua ricalca la posa del Narciso (1597) di Caravaggio che si crogiola nella propria immagine riflessa. Anche la statuaria e glaciale figura che siede impassibile su una roccia imita la Sirenetta di Copenaghen e allo stesso tempo assorbe gli influssi marmorei di Canova e Torvaldsen. Ancora Waterhouse (Apollo e Dafne) nella scena d’amore consumata da una coppia tra i rami di un albero.


Le Myth Dior funge così da piacevole pretesto per ricordarci tanto della forza sublime, propria della natura, quanto dell’importanza dell’essenza femminile nella storia. Gli stessi vestiti, realizzati per la collezione, portano i nomi di alcune protagoniste dell’entourage surrealista che hanno sempre dato molto rilievo anche al proprio modo di vestire, come Meret OppenheimGala Éluard Dalì (senza dimenticare l’alter ego femminile di Marcel Duchamp, Rrose Sélavy).

Epoche e suggestioni artistiche si confondono, rafforzandosi, in un’opera visiva in grado di comunicare efficacemente un semplice, ma sempre evocativo, messaggio

La moda, come l’arte il mito, non conosce né inizio né fine. È semplicemente eterna.

Di seguito trovate una galleria fotografica con alcuni degli abiti della collezione Dior.

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