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About Happiness

Questa estate ho letto un libro molto interessante di Richard Layard: “Can we be Happier? Evidence and Ethics.

Si può essere felici?

Richard Layard, che ha dedicato la vita a questa domanda, giura di sì. E che la crisi ci renderà migliori, a patto che….

Come avete intuito ci sono delle condizioni per raggiungere la felicità. Partiamo dallo scenario attuale…..Viviamo tempi critici, il Covid ha sconvolto le nostre esistenza, mettendo in ginocchio l’economia mondiale e seminando paura e malcontento. Il Covid ha quindi cambiato la nostra nozione di felicità?

Nel libro ci sono moltissime riflessioni, ma come sempre io cercherò darvi una overview senza svelare troppo.

La pandemia, nell’immediato ha contribuito a un aumento delle persone infelici nel mondo. Avete fatto caso che negli ultimi tempi è cresciuto in maniera significativa l’interesse dei media per la felicità, così come il numero di persone che praticano meditazione, yoga e che lavorano nel sostegno psicologico ed emotivo? Recentemente, tre Paesi hanno adottato la felicità dei cittadini accanto al Pil, come obiettivo nazionale: Nuova Zelanda, Scozia e Islanda.

Questo movimento coinvolge ormai milioni di persone – insegnanti, volontari, ma anche politici e manager d’azienda illuminati – che consapevolmente, lavorano per accrescere la felicità di coloro che li circondano, nella convinzione che nella vita ci sia qualcosa di più del reddito e del successo.

Nel suo libro Sir Layard sostiene che la “cultura gentile” ha il potenziale di aumentare la felicità complessiva sul Pianeta.  A quanto pare la felicità è contagiosa.  C’è una citazione di Buddha che mi è piaciuta davvero tanto: 

“Una candela può accendere un centinaio di altre candele  e continuare a bruciare altrettanto brillantemente”.

L’iper-competitiva cultura dominante, incentrata com’è sulla realizzazione personale, si rivela un gioco a somma zero perché uno abbia successo, qualcun altro deve fallire. Nel libro viene spiegato benissimo che siamo animali sociali e quindi abbiamo una parte egoista. Questa parte ci induce a pensare che siamo il centro dell’universo e che i nostri bisogni vengano prima di tutto.  Questo pensiero non è totalmente negativo perché diventa importante per la sopravvivenza della specie.  Ma in noi alberga anche una parte altruista che ci permette di sentire quello che sentono gli altri e di lottare per il loro bene.  La cultura attuale punta sull’egoismo mentre la “cultura gentile”  punta a dar voce soprattutto alla seconda.

Arriviamo al punto, in buona sostanza occorre trovare un equilibrio e Richard Layard ci racconta la sua esperienza personale in quanto a felicità e come raggiungere questo equilibrio.

Se vogliamo un mondo più felice, dobbiamo innanzitutto aiutare le giovani generazioni a sviluppare la loro intelligenza empatica. A quanto pare anche la scienza ci viene in aiuto. Infatti esiste la cosiddetta CBT ( Cognitive  behavioural therapy), che agisce al livello del pensiero andando a creare spazio per pensieri positivi.  Richard pratica la “benevolenza incondizionata”. Consiste nello stabilire mentalmente un contatto più volte nella stessa giornata con il nostro lato più empatico e generoso e sforzarsi di provare gratitudine in ogni suo aspetto, dolore incluso.

A sentir parlare Layard ci vuole molto impegno, soprattutto in tempi incerti come questi, poi però pensi ad alcuni esempi e capisci che è possibile.

Anna Frank:

“Chi è felice renderà felice anche gli altri”

Oppure vi suggerisco di leggete il Diario di Etty Hillesum, una scrittrice ebrea olandese morta ad Auschviz,  che in questo semplice ma efficace esercizio di introspezione trovò addirittura le risorse interiori per non soccombere all’angoscia delle persecuzioni naziste.

La felicità può diventare una sorta di abitudine/routine. 

Secondo alcuni recenti studi delle neuroscienze il nostro cervello è programmato per la paura, l’ansia, l’esagerazioen delle esperienze negative. A quanto pare non siamo stati programmati per essere felici, sereni e appagati ma per vivere in costante allerta. La buona notizia è che il cervello è dotato di una buona neuroplasticità ed è riprogrammabile in una direzione diversa, cosa che in tempi difficili come questi potrebbe tornare utile. Il cervello immagazzina esperienze ed emozioni ed è frutto dell’evoluzione e di migliaia di anni di sfide e pericoli affrontati.  Ha sviluppano un negative bias , una conservazione verso le esperienze negative.  Quindi la nostra infelicità non è dovuta solo a fattori esterni o alle situazioni che viviamo, ma ci portiamo dietro anni e anni di evoluzione. 

Quando cominciano a rifiorire gli esseri umani?

Quando i momenti positivi che sperimentiamo superano quelli negativi in una misura di tre a uno.  La ricetta della felicità non è poi così difficile ma come tutte le cose che si imparano da zero occorre molta pratica. Quindi sta a noi focalizzarci e soffermarci sulle esperienze positive per attivare circuiti neuronali che poi si rafforzano con il tempo.

La felicità assume sfumature diverse a seconda del luogo in cui viviamo.

Molto interessante a tal proposito è la storia di Helen Russel, giornalista e scrittrice britannica.  Nel 2013 si è trasferita si è trasferita a Copenaghen , capitale del Paese tra i più felici del globo secondo il World Happiness Report dell’Onu. Helen durante quel periodo ha raccolto storie che sono poi confluite nel suo libro: “Atlante della felicità”.

Il volume dimostra e racconta di come siano fluidi concetti come serenità, benessere e piacere.  In molti Paesi crediamo in istanti effimeri, in Giappone invece la gioia è dilatata nel tempo e nella crepa, nell’imperfezione, c’è persino un termine che descrive la bellezza di invecchiare. Felicità è anche agire, pensiamo ai benefici dei movimenti per la giustizia sociale o per la salvaguardia dell’ambiente. L’argomento è assai complesso e affascinante, per questo vi invito a leggere questi libri.

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