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Servillo, la vita vera.

Ho sviluppato una vera e propria passione negli anni per Toni Servillo e appena ne ho occasione cerco di assistere ad un suo spettacolo a teatro. Secondo me solo a teatro potete davvero cogliere la sua vera essenza.

Il 12 novembre ho assistito presso il Piccolo Teatro di Milano a “Tre modi per non morire”, spettacolo interpretato appunto da Toni Servillo.

Le luci non si spengono. Restano accese. Non c’è nessuna voce che annuncia l’inizio dello spettacolo. Nessuna musica, suggerimento, niente. Silenzio. Toni Servillo entra in scena, vestito completamente di nero, e sorride. Le persone, prima interdette, poi consapevoli, cominciano ad applaudire. Sul palco ci sono solo un leggio, un microfono agganciato a un’asta, due casse per l’audio e un telone luminoso sullo sfondo.

Con Tre modi per non morire, Servillo ha voluto riappropriarsi della parola e del teatro, inteso come spazio e come linguaggio, e ci è riuscito. Per tutto il tempo, usa unicamente la sua voce e il suo corpo. Suda, si agita, alza e abbassa il tono. E intanto, straordinario, resta al suo posto, al centro della scena.

Quello che dice è un intreccio di pensieri e parole, una cavalcata tra passato prossimo e passato remoto. Parte da Baudelaire, arriva a Dante, finisce con i Greci. Tre modi per non morire, dice lo spettacolo. Come il testo scritto da Giuseppe Montesano. Ma la morte è morte, non c’è un modo per evitarla; semmai c’è un modo per non morire ogni giorno, con l’anima, con quello in cui si crede.

Servillo affila la sua spada di parole, e incalza. La rivoluzione che è stata, la Francia che fu, il popolo che acclama un nuovo dittatore e che in questa decisione si sente più libero, perché non può più scegliere per sé. E poi la sensualità, i pregiudizi, figure che si trasformano in penisole di anche e gomiti, di facce e pance molli. Vivere significa non morire, e dunque per non morire è fondamentale vivere. Ma pienamente, a fondo, come se non ci fosse non un altro domani, no; come se non ci fosse un solo istante da sprecare.

Baudelaire

Baudelaire è stato dissezionato nella sua produzione: scelto a seconda delle situazioni. Provocatore, difensore della lussuria, perduto, decadente, depresso, lontano.

Eppure Baudelaire era prima di tutto vivo, e Servillo lo dice.

Prima lo chiama, poi lo invoca. E Tre modi per non morire si trasforma: la cavalcata di parole va ancora più veloce, e consonanti cercano altre consonanti mentre le vocali si chiudono, si aprono, si fanno enormi come i pensieri.

Dante

Dante, con lo schermo che si colora d’azzurro dopo il rosso e il viola della passione, è un respiro profondo di consapevolezza. Un uomo che ha immaginato l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso e che, da cristiano, ha scelto pagani e peccatori per esaltare la virtù degli uomini. E dunque torna la domanda dell’inizio: come si fa a non morire, come si fa a resistere. Ulisse visse a lungo e profondamente. Non si fermò. Non si accontentò. Mai, nemmeno per un secondo. E Servillo su questo insiste, ricama, rilancia. Le labbra gli si piegano sotto un sorriso sincero, non forzato.

Spiega la Divina Commedia senza spiegarla.

La mostra. Sì, la mostra. Con le parole e i gesti, con la sua voce così forte e potente che non ha bisogno più del microfono, che lo caccia via. Viene avanti Servillo, e Tre modi per non morire entra nella sua parte finale. Le luci, che fino a poco prima erano spente, ora si riaccendono. Il teatro torna alla sua forma primordiale e più pura. Lo sfondo luminoso è semplicemente bianco. E Servillo legge e non legge dal leggio; non sta improvvisando, ma dà la sensazione di muoversi cautamente, tastando qui, saggiando là, accennando a questo e citando quello.

I Greci

I Greci, dice. E si getta in una storia che tutti, più o meno, conosciamo e che ciononostante sembra nuova. I Greci che pensano alla verità come conoscenza e consapevolezza, i Greci che in ogni città, per prima cosa, costruiscono un teatro che guarda al mare. I Greci che vivono, e vivono davvero, e che avevano già previsto la nostra disfatta, quello che siamo diventati oggi. Tanti io, me, mi. Tanti io sono, io penso, io credo. È un circolo che si chiude e che – in qualche modo – ritorna esattamente al punto di partenza, a Baudelaire. Ai popoli che rincorrono l’attimo senza mai viverlo davvero, e dunque muoiono, piano piano, ogni giorno.

Tre modi per non morire è uno spettacolo sulla poesia e sulla sua musica, sì. E sulle parole e sul loro peso. E sull’essere attore, perché essere attore può essere un argomento straordinario di cui poter parlare; e sulla nostra attualità digitale e decadente. E poi è uno spettacolo sul teatro, sul suo linguaggio, sulla sua perduta centralità e sul suo scopo che si è annacquato nell’intrattenimento.

Il teatro è la vita vera come dice lui nello spettacolo. Quella vita che noi ogni volta ci troviamo a guardare da una portrona ed è come sedere davanti ad uno specchio. I protagonisti siamo noi, ogni giorno.

Ci siamo dimenticati della sua forza, del suo potere e della sua missione educativa; ci siamo dimenticati del teatro e, allo stesso tempo, ci siamo dimenticati del confronto, della voglia di vivere, sapere ed essere. Nella sua cavalcata, Toni Servillo trova lo slancio finale e alza un braccio al cielo. Le luci si spengono, di colpo. Lo spettacolo è finito. L’attore, però, con il suo corpo, la sua voce e il suo sudore, rimane.

Se ne avete l’opportunità….. andate a vederlo e “sentirlo” a teatro. Da lui ho imparato molto, spesso riguardando uno spettacolo più e più volte. Già solo il modo in cui si muove sul palco è uno spettacolo. Lo riempie pur essendo solo. Ad un certo punto di questo spettacolo mi è sembrato di vederlo in compagnia dei molti personaggi raccontati.

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