Prima Scala 2025: Lady Macbeth incendia il palco e conquista il pubblico
Camion che sfondano vetrate, corpi avvolti dalle fiamme sul palcoscenico, scene di violenza domestica rappresentate con cruda attualità.
La Prima della Scala si è trasformata in un manifesto di modernità, portando un’opera di quasi cent’anni fa nel linguaggio visivo contemporaneo. Con oltre undici minuti di applausi ininterrotti e nessun fischio, “Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk” di Dmitrij Šostakovič inaugura la stagione 2025/26 nel cinquantesimo anniversario della morte del compositore, segnando un trionfo artistico che va oltre la semplice celebrazione.
Un’opera che sfida ancora oggi
L’opera racconta di una giovane moglie che, con la complicità dell’amante, uccide il marito e il suocero tirannico, ma viene scoperta e finisce per suicidarsi in Siberia, tradita da tutti. Non è la prima volta che questa storia turbolenta arriva alla Scala: dopo il debutto a San Pietroburgo nel 1934, l’opera riscosse enorme successo in patria e all’estero, ma Stalin assistette a una rappresentazione a Mosca nel 1936 e due giorni dopo apparve sulla Pravda la celebre stroncatura “Caos invece di musica”, che mise all’indice l’opera e il compositore.
La scelta di questo titolo per inaugurare la stagione non è casuale. Il sovrintendente Fortunato Ortombina la definisce un’opera “clamorosa”, mentre il maestro Riccardo Chailly, alla sua dodicesima e ultima prima come direttore musicale, sottolinea che portarla in scena “non è un atto di coraggio, ma un atto dovuto” nei confronti di Šostakovič.
La regia innovativa di Vasily Barkhatov
Il giovane regista russo Vasily Barkhatov, classe 1983, al suo debutto scaligero, firma uno spettacolo che ha lasciato il segno. Barkhatov ambienta la vicenda negli anni Cinquanta, nel periodo che porterà alla morte di Stalin, il censore di Šostakovič stesso. Una scelta ironica e profondamente simbolica che sposta l’azione dalla provincia russa del 1860 a una capitale moderna, in un ristorante di lusso in stile Art Déco sovietico.
La macchina scenica: un teatro nel teatro
La scenografia di Zinovy Margolin presenta una scena fissa centrale del ristorante con tavoli apparecchiati, occupata più volte da un grande volume tecnico che entra dal retropalco riempiendo tutto il boccascena, rappresentando due ambienti sovrapposti: al piano terra lo studio del violento padrone Boris e la camera degli amori fra Katerina e Sergej; al piano superiore le cucine.

Il regista sfrutta questi molti spazi tutti a vista per spingere l’opera con ritmo cinematografico, con una cura per i dettagli tale che ogni attore, anche nei momenti solo musicali, riempie l’occhio e l’attenzione. Il risultato è uno spettacolo che ricorda una serie televisiva contemporanea per dinamismo narrativo, pur mantenendo l’integrità musicale dell’opera.
Le trovate sceniche che hanno conquistato il pubblico
Barkhatov non ha avuto paura di osare. Tra le scene più memorabili dello spettacolo:
Il camion che sfonda la vetrata: durante la festa nuziale, quando viene scoperto il cadavere e i protagonisti vengono arrestati, il cambio di scena avviene con l’entrata dirompente di un camion militare che letteralmente sfonda il portone, trasformando lo spazio nel campo di prigionia. Una metafora potente: la vita di Katerina, come quella vetrata, va in frantumi.
Le torce umane: due personaggi che prendono letteralmente fuoco sul palco, in una scena di forte impatto visivo che sottolinea la violenza e la disperazione che pervadono l’opera.

I fantasmi della cena nuziale: durante la festa nuziale i morti ricompaiono come ombre e visioni: Boris come un fantasma diafano, mentre Zinovij spunta addirittura dalla torta nuziale, mentre la scena reale si “congela”. Un momento che evoca il Convitato di pietra del Don Giovanni mozartiano.
La violenza contemporanea: Nell’ultima scena del primo atto, il regista sceglie una sovrapposizione di piani temporali: Katerina e il suo amante Sergej consumano la loro passione mentre attorno ci sono uomini di potere che fotografano e deridono la donna.

Una rappresentazione della molestia e dello sfruttamento che mette in scena le dinamiche di potere e il controllo esercitato sulle donne attraverso l’umiliazione pubblica.

L’ambientazione nell’Art Déco sovietico
Barkhatov sceglie un’ambientazione in stile Art Déco sovietico, anche chiamata “post-costruttivismo”, uno stile che ha avuto vita breve, dal 1932 al 1937. Questa scelta estetica, curata dallo scenografo bielorusso Zinovy Margolin, non è solo decorativa: colloca l’opera negli ultimi anni dell’era staliniana, quando l’architettura monumentale rifletteva il potere oppressivo del regime.

I costumi e le luci
I costumi sono firmati da Olga Shaishmelashvili, nata a San Pietroburgo, mentre le luci sono curate da Alexander Sivaev, nato a Mosca. Un team completamente russo che ha lavorato in sintonia per creare un’estetica coerente e potente.
Pensate che tutte le parrucche disegnate per il coro, sono state fatte artigianalmente. Questa è la cura per il dettaglio e l’artigianalità che ancora oggi nel 2025 hanno un valore immenso.

I protagonisti: voci straordinarie per un’opera estrema
Sara Jakubiak
Sara Jakubiak, protagonista nel ruolo di Katerina Izmajlova, ha definito la sua performance così: “La mia Katerina? È stata una tigre. Non mi aspettavo questo successo. Penso di aver guidato la macchina a 200 miglia all’ora in questa esperienza”.

Il soprano statunitense, 47 anni, formata a Yale e al Cleveland Institute of Music, ha già interpretato il ruolo al Liceu di Barcellona con grande successo. È considerata una delle voci drammatiche più intense della sua generazione, con una “voce lussuosa e mutevole, capace di infinite sfumature“.
L’opera richiede per Katerina una voce profondamente lirica e una resistenza fuori dal comune, ammirevolmente realizzata dalla Jakubiak. Il ruolo è vocalmente massacrante: lunghe linee di legato che richiedono pianissimi e forte, passaggi declamatori e la capacità di passare dall’oppressione domestica alla passione travolgente, fino alla violenza e alla disperazione finale.
Il cast maschile
Accanto alla Jakubiak, Najmiddin Mavlyanov (Sergej) e Alexander Roslavets (Boris) hanno composto un cast solido, capace di fare esplodere tutte le sfumature taglienti della partitura. Il basso Roslavets, in particolare, ha offerto una prova senza esitazioni nel ruolo del tipico mercante feudale, del despota crudele.
Chailly: l’ultimo 7 dicembre di un’era
Riccardo Chailly ha vinto la sua scommessa, portando per la prima volta alla Prima di una stagione scaligera un’opera di Šostakovič, ottenendo quello che il sovrintendente Ortombina ha definito “l’abbraccio del pubblico“.
La musica di Šostakovič, sotto la bacchetta di Chailly, arriva a coinvolgere emotivamente il pubblico, facendogli vivere ogni sospiro della protagonista alla ricerca della sua realizzazione come donna, ma anche, con sonorità impetuose e incalzanti, ogni momento drammatico.
La partitura è un capolavoro di contrasti: passa dal grottesco alla tragedia, dalla melodia popolare russa alle citazioni del Boris Godunov di Musorgskij, con un linguaggio musicale che anticipa il cinema.
I temi attualissimi: potere, violenza e libertà
La scelta di aprire il 2025 con questa opera non è un vezzo intellettuale, ma una dichiarazione d’intenti. Katerina non uccide per ambizione politica come la Lady Macbeth shakespeariana, ma per rivendicare il diritto a esistere e ad amare in una società che la opprime.
Violenza di genere e patriarcato
Il pubblico viene avvisato sui display delle poltroncine rosse dei contenuti violenti e delle scene a tinte forti. La storia racconta di una donna intrappolata in un matrimonio forzato, desiderosa di libertà e autodeterminazione.
La regia di Barkhatov non addolcisce la pillola: in cucina si consuma un’aggressione nei confronti di una cameriera, una violenza che il regista rappresenta metaforicamente attraverso ingredienti alimentari – la vittima viene ricoperta di farina, di sugo, umiliata. Una scena che affronta senza filtri le dinamiche di potere e gli abusi sul posto di lavoro, temi che restano drammaticamente attuali nelle discussioni contemporanee su consenso e molestie.
La ricerca disperata di libertà
Barkhatov spiega che Šostakovič sceglie di incentrare la sua opera sulla solitudine di una donna alla ricerca della felicità, che compie crimini efferati ma lo fa per il suo bene, per il suo amore, con un’incapacità quasi infantile di comprendere le conseguenze delle proprie azioni. Non è una giustificazione, ma un’indagine psicologica su come l’oppressione sistematica possa portare a scelte estreme e violente.
Aneddoti e curiosità dell’allestimento
Barkhatov racconta: “Come per tutti gli studenti di teatro musicale, Milano e il Teatro alla Scala sono stati qualcosa di speciale per me fin dall’inizio. Ed è per questo che essere qui è un grande piacere e un onore“. Il regista, cresciuto nel Bol’šoj di Mosca, porta con sé la conoscenza profonda della cultura russa, ma senza cadere negli stereotipi.
L’approccio cinematografico
Šostakovič scrisse molte colonne sonore per il cinema, e la sua partitura è molto cinematografica, scritta nel periodo dell’invenzione e della crescita del cinema in Russia, con un modo di raccontare che ricorda il montaggio cinematografico, con oscillazioni dall’umorismo alla violenza, dalla tragedia greca antica a trucchi goffi e divertenti.
La sfida vocale
In un’intervista, Sara Jakubiak ha ammesso che prepararsi per questo ruolo è come “guidare una McLaren, con accelerazioni fortissime quasi da Formula 1“. Ha dovuto creare una mappa vocale precisa per ogni frase e ogni vocale, data la difficoltà estrema del ruolo.
Un successo senza ombre
Il sipario si è alzato alle 18 ed è calato alle 22 circa, davanti a numerose personalità di primo piano del panorama artistico, politico e culturale italiano. Gli applausi sono durati oltre undici minuti, con fiori lanciati dai palchi, e nessun fischio.
Le scene di violenza e contenuto esplicito previste dal libretto sono state accettate dal pubblico, Barkhatov è riuscito nella difficile impresa di essere fedele all’intenzione provocatoria di Šostakovič senza scadere nel sensazionalismo.
La tecnologia al servizio dell’emozione
L’allestimento ha fatto uso di tecnologie avanzate per creare effetti speciali impressionanti, dalle torce umane infuocate (probabilmente realizzate con tessuti ignifughi e illuminazione LED) all’effetto del camion che sfonda letteralmente la scenografia. Questi elementi non sono mai fini a se stessi, ma servono a sottolineare i momenti cruciali della narrazione.
La scenografia mostra un ristorante attraversato da un enorme blocco scenico che rappresenta lo studio del patriarca Boris – luogo di soprusi e punizioni – e le cucine sovrastanti, dove si consuma una delle scene più dure.
Un’opera tragicamente attuale
Se la Lady Macbeth di Shakespeare e Verdi induce il marito al regicidio per pura sete di potere, quella di Šostakovič uccide per sete di libertà, di amore e di sesso. Dietro questa vicenda di sangue, Šostakovič introduce una feroce critica sociale, con la volontà di aprire la discussione sulla condizione della donna

La regia di Barkhatov trasforma questo capolavoro in uno specchio dei nostri tempi: le molestie sul posto di lavoro, la violenza domestica, il patriarcato soffocante, la ricerca disperata di autonomia femminile sono temi che risuonano fortemente nel 2025.
L’opera censurata da Stalin trova finalmente alla Scala la libertà che Katerina cercava disperatamente, e il pubblico milanese ha risposto con un’ovazione che consacra questo allestimento come uno dei più riusciti e coraggiosi degli ultimi anni. Un trionfo meritato per un’opera che, dopo novant’anni, si dimostra ancora profondamente, dolorosamente attuale.



