The Odyssey: evocare l’impossibile.
Una volta i cineasti dovevano inventare un sistema per evocare l’impossibile, per evocare il magico, per evocare quello che non è. Poi con l’avvento degli effetti speciali, degli effetti visivi e infine con l’avvento della grafica computerizzata, questa cosa si è persa. Il cinema a un certo punto poteva rappresentare tutto, solo che era un tutto irreale. Nolan riporta il suo cinema al reale.
Quasi praticamente ogni cosa che si vede a schermo è reale. Se vedete una casa a bruciare, sta bruciando. Se vedete un mostro gigantesco, è un uomo reale, è materico, è vero, è inquadrato con una magia che permette a Nolan di farti credere che quello sia un mostro gigante, ma non è un mostro in computer grafica.
Si rifà al cinema degli albori, al cinema dell’espressionismo tedesco. È come guardare un film di Cecil B. DeMille dell’epoca, con quelle soluzioni visive per ottenere l’irreale a schermo, ma con il ritmo, la grammatica, la grana, il linguaggio e i codici di un cinema moderno. La fotografia di questo film è fondamentale, e iper realistica, lavora per creare qualcosa che realistico non è.
The Odyssey segna il debutto di Christopher Nolan nel mito dopo il rigore storico di Oppenheimer, e l o fa con una scelta produttiva radicale: il film è girato interamente su pellicola IMAX 70mm, e le riprese si sono svolte tra Marocco, Grecia, Italia, Scozia, Islanda, Sahara Occidentale e Malta. Non è un dettaglio tecnico marginale: è la dichiarazione di poetica di un regista che ha sempre preferito il reale al digitale, e che qui applica lo stesso principio al racconto più antico e “irreale” della cultura occidentale.
Lo storytelling
È semplicemente un miracolo. Per quello che riguarda la scrittura. Gioca con il tempo e quindi significa che gioca con il montaggio.
Gli eventi sono anticipati, ritardati, mescolati, tagliati l’uno con l’altro e questo permette a Nolan di raccontare un poema lunghissimo in non più di 2 ore e 45 di film. Perché raccontare l’Odissea oggi? Solamente perché si vuole fare un film epico-fantasy? No, non è Nolan. Il film ha un tema, un tema politico potentissimo, che non vi voglio anticipare, che arriva come un’epifania, la classica epifania dei film di Nolan, nel finale del film, ma che è fondamentale per capire il senso di tutta il progetto.
Se ci pensiamo bene però è Omero ad aver inventato la struttura del cinema, ovvero la struttura delle narrazioni cinematografiche parte direttamente dalla struttura inventata con l’Odissea. Facciamo una serie di esempi. La storia dell’Odissea non comincia da quando finisce la guerra di Troia oppure dalla partenza di questo lungo viaggio, ma inizia che la storia è già cominciata da dieci anni e in quel momento lì Ulisse si sente perduto.
Odisseo è sull’isola di Calipso e a quel punto comincia una serie di flashback con cui ci racconta quello che è successo prima. Inoltre ci sono già i dialoghi, ci sono i campi, contro campi, c’è il montaggio alternato perché la storia passa dall’isola in cui è, al passato, a Itaca, fino agli Dei dell’Olimpo che valutano quello che sta succedendo. Quindi alterna tutti questi piani narrativi.
Poi non solo, la cosa più bella di tutte è la debolezza di Odisseo. Lui non è un eroe perfetto, è un eroe pieno di difetti, un eroe che spesso piange e tanto che appunto in questa prima scena fatidica Ulisse piange perché è disperato, perché crede che non riuscirà mai a tornare a casa. E solo a quel punto noi lo seguiamo fino ad arrivare al climax finale che è quasi da Hitchcock. Il momento in cui lui arriva e nessuno lo riconosce.
Uno sguardo creativo: il mito reso concreto
Nolan ha scelto di interpretare in chiave realistica la mitologia greca, ispirandosi in particolare alla celebre traduzione dell’Odissea firmata dalla classicista Emily Wilson nel 2017, oltre che al lavoro visionario dell’artista di effetti speciali Ray Harryhausen. È una sintesi curiosa: da un lato la filologia contemporanea, che ha restituito a Omero un linguaggio più diretto e meno aulico; dall’altro l’immaginario pop-artigianale dei mostri in stop-motion che hanno formato generazioni di spettatori. Il risultato è un’epica che non si nasconde dietro il digitale ma cerca la materialità: Nolan ha portato il cast a recitare davvero in mare aperto, sulle onde reali, nei luoghi reali, in quelle che lui stesso ha definito condizioni “vaste, terrificanti, meravigliose e benevole, mentre cambiavano”.
Il Cast
Il cast — Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson, Lupita Nyong’o, Zendaya, Charlize Theron — costruisce un ensemble che ricalca l’abitudine nolaniana di popolare i suoi mondi con volti noti reinventati in ruoli inattesi. Tutte le scelte di Nolan si rivelano azzeccatissime. Anche quei volti che sembravano lontani dal personaggio sono semplicemente la scelta ideale. Non c’è un singolo momento in cui un volto ti butta fuori dalla storia. Credi a ogni singolo attore sullo schermo e ogni singolo attore contribuisce con un’umiltà e un mestiere e un talento incredibile alla riuscita del film.

Curiosa e significativa è la presenza di Travis Scott: Nolan ha spiegato di averlo scritturato per creare un ponte concettuale tra rap e poesia orale, come forme d’arte analoghe. È un gesto che dice molto del film: l’Odissea nasce come racconto cantato, tramandato di voce in voce prima di diventare testo, e Nolan sembra voler ricordare che l’epica è sempre stata, prima di tutto, performance.
Ho ascoltato diverse interviste rilasciate dagli attori e tutti concordano sul fatto che far parte di questo film era di per un dono, Matt Damon non ha voluto nemmeno leggere la sceneggiatura perché si è fidato di Nolan, della sua visione e della sua esperienza. Un film impegnativo fisicamente ma a detta di molti degli attori….impegnativo emotivamente perché li ha obbligati a fermarsi e riflettere. Nolan non ama i cellulari sul set e quindi è stata una full immersion totale.
Avete notato che il personaggio sulla locandina è Agamennone e non Odisseo? Lui non parla mai nel film ma la sua presenza è imponente, a partire dalla sua armatura e dal dettaglio dell’elmo.

È il contraltare tragico di Odisseo (colui che porta l’odio), Agamennone torna a casa da eroe vittorioso — e viene ucciso dalla propria moglie. È il “ritorno che va male”, l’ombra che pesa su tutto il viaggio di Odisseo: ogni volta che lui rischia di arrivare a Itaca, lo spettatore (e lui stesso, nell’Odissea originale) ha in mente il destino di Agamennone come monito. Nel poema, il fantasma di Agamennone nell’Ade racconta proprio a Odisseo come sia andata, mettendolo in guardia. Apre narrativamente il film. Le prime scene del trailer lo mostrano imponente su un Odisseo inginocchiato, e ci sono flashback sul cavallo di Troia — segno che Nolan userà la guerra di Troia come cornice/flashback dentro il racconto del ritorno, e Agamennone è la figura che lega le due epoche.
Effetti pratici, non intelligenza artificiale
Se c’è un aspetto che rende The Odyssey un caso quasi anomalo nel panorama dei blockbuster contemporanei, è il rapporto — volutamente scarso — con la CGI e con gli strumenti generativi. Nolan ha da sempre privilegiato gli effetti pratici rispetto al digitale, ma per un film che deve raccontare ciclopi, maghe che trasformano uomini in animali e mostri marini, questa scelta assume un peso ancora maggiore. Il Ciclope Polifemo, ad esempio, non è una creatura interamente digitale: è stato realizzato attraverso un enorme pupazzo animatronico di circa venti metri, costruito e azionato fisicamente sul set. Allo stesso modo, il Cavallo di Troia è stato costruito in scala reale (in realtà sul set ne sono stati costruiti diversi) e le trasformazioni operate da Circe sono state ottenute soprattutto con protesi, gomma e meccanismi pratici, non con animazioni al computer.

Anche le sequenze più spettacolari — come le tempeste di sabbia — sono state girate ricreando fisicamente gli eventi atmosferici sul set, invece di affidarsi in modo massiccio alla CGI, proseguendo un approccio già sperimentato da Nolan in Interstellar, quando fece coltivare un intero campo di mais per le riprese. Persino Tom Holland, dopo aver visto il montaggio finale, ha ammesso di non essere riuscito a capire come Nolan avesse realizzato molte delle scene senza ricorrere al digitale — un dettaglio che racconta bene quanto questa scelta resti sorprendente anche per chi lavora dall’interno.

Questo non significa un rifiuto assoluto degli strumenti digitali: gli effetti digitali sono stati impiegati soprattutto per rifinire gli effetti pratici, renderli più realistici, e per i consueti ritocchi di sfondo, mai per sostituire la messa in scena fisica. È una distinzione sottile ma fondamentale, e si inserisce in una tendenza più ampia del cinema blockbuster contemporaneo — già osservata, ad esempio, nella scelta di J.J. Abrams di usare alieni in animatronica per Star Wars: Il risveglio della Forza — in cui il “fatto a mano” torna a essere una cifra stilistica distintiva, proprio nel momento storico in cui l’intelligenza artificiale generativa rende teoricamente possibile creare immagini fotorealistiche senza costruire nulla di fisico. Nolan sembra scommettere sul principio opposto: più le tecnologie digitali diventano accessibili e invisibili, più la scelta di non usarle diventa essa stessa un atto creativo riconoscibile, quasi politico.
Arte e visione
Complice un post instagram dello storico dell’arte Claudio Strinati molte delle scene più importanti del film di Nolan rimandano ad opere di artisti contemporanei e non. Partendo da questa idea proverò a raccontarvi la storia che ho visto e ascoltato e cosa mi ha lasciato.
Strinati ci dice che L’Odissea è forse l’opera d’arte del mondo occidentale che ha influenzato poi il mondo futuro fino a oggi in una maniera talmente potente che non è il punto se è riproposta tale e quale come raccontò Mero. Il problema è la struttura, i sentimenti, le grandi passioni.
Secondo Strinati è bellissimo l’aggancio con la grande tradizione figurativa, antica e moderna. Fa alcuni esempi.

All’inizio del film si vede il cavallo sulla spiaggia, il cavallo di Troia. A lui viene subito in mente il grande capolavoro di Mimmo Paladino, La montagna di Sale. Guardate il film e capirete la suggestione visiva, sia pure in un altro contesto.

Poi c’è la scena dei Lestrigoni quando Odisseo con i suoi uomini sbarca su un isola e ad accoglierli trovano questi terribili guerrieri. L’immagine dei guerrieri giganteschi di cui non si vede il volto, non si vede nulla, ma soltanto questa corazza metafisica.

A lui ha fatto venire in mente i grandi personaggi militari di Paolo Uccello, il sommo pittore del Quattrocento Fiorentino.

E poi Polifemo.

Secondo lo storico dell’arte rimanda ai capolavori di Goya, per esempio Saturno che divora i suoi figli.
A me ha fatto venire in mente anche il ragno gigante in bronzo e acciaio, alto nove metri — una presenza monumentale, ambigua di Louise Bourgeois. Nessun occhio unico, nessuna grotta — ma la stessa sensazione fisica di essere minuscoli sotto una creatura sproporzionata che incombe dall’alto. Bourgeois lavora sull’ambivalenza (il ragno è anche simbolo materno, protettivo): un parallelo più ricco del semplice “mostro”, perché la paura di Polifemo nasce anche dal fatto che, nel suo mondo, lui è la vittima invasa.

Continuo questo parallelo perché lo trovo un esercizio creativo interessante. Ad esempio una delle ultime immagini del film con la resa dei conti nella sala del trono.

A me ricorda le opere di Kiefer. Kiefer costruisce paesaggi devastati, stratificati, dove la storia (mitica o bellica) sembra bruciata nella materia stessa del quadro — macerie che sono insieme memoria e monito. È un parallelo forte per il ritorno di Odisseo: un uomo che rientra in una casa/regno logorato dalla sua assenza, e che deve “bruciare” il passato (i Proci) per potersi ricostruire un presente.

Kiefer ha realizzato diverse opere tridimensionali con barche in piombo — relitti sospesi, carichi di libri o cenere, che alludono a memoria, viaggio e distruzione. le barche di piombo di Kiefer sono relitti-memoria, oggetti che portano il peso fisico della storia. È l’installazione che meglio traduce in tre dimensioni l’idea di un ritorno logorato, di un eroe che si porta dietro il peso di tutto il viaggio.

Il canto delle sirene. Mi ricordano le stanze intere invase da migliaia di fili rossi o neri tesi in ragnatele fittissime, spesso intrecciati attorno a oggetti quotidiani o barche sospese di Chiharu Shiota.

L’immagine dei fili rossi che intrappolano — bellissimi e soffocanti insieme — è la traduzione visiva perfetta del richiamo delle Sirene: qualcosa di seducente che, se ci si lascia avvicinare, diventa una rete da cui non si esce. Nessuna sirena raffigurata, solo la sensazione della trappola sensoriale.
Concludo con una delle immagini a mio avviso più suggestive, la scena dell’Ade. A me ha ricordato moltissimo le opere di Alessandro Papetti che ho visto nella mostra “La pelle attraverso” a Perugia nel 2014.

Musica d’autore con sonorità attuali
La colonna sonora è firmata da Ludwig Göransson che aveva già lavorato con Nolan in Tenet e Oppenheimer, collaborazioni che gli erano valse un Academy Award. Göransson reinterpreta la musica nel passato senza farla sentire distante dai gusti attuali, il tutto con una particolare grammatica che ha come chiave l’utilizzo di strumenti antichi come la lira, ma con sonorità e melodie più contemporanee. Tocco da maestro introdurre il suono dell’arco di Ulisse come fosse una lira nel momento clou del film.
Göransson ha dato vita al processo di scrittura componendo brani con strumenti come chitarra, arpa, sintetizzatori e 35 diversi gong.
Per trovare il suono del mondo di Ulisse, il compositore premio Oscar Ludwig Göransson è andato fino nel sud dell’Albania a registrare una tradizione vocale antichissima. Si tratta della polifonia isopolifonica albanese, riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità. Mentre per la parte strumentale ha utilizzato uno strumento antico tradizionale, l’aulos, che sarebbe un flauto doppio. Questo perché Christopher Nolan aveva un’idea ben chiara in testa, ovvero quella di non creare una musica epica, ma una musica che fosse il più vicino possibile al mondo di Omero.
Quattro secoli fa era stata fatta una cosa simile da Claudio Monteverdi, quando scrisse “Il ritorno di Ulisse in patria”, in cui non cercò semplicemente di raccontare l’Odissea, ma cercò un linguaggio musicale capace di far credere al pubblico di essere dentro quel mondo.

L’attualità
Al di là della grandeur produttiva, ciò che rende The Odyssey un’opera capace di parlare al presente è il suo tema di fondo: il ritorno a casa come impresa quasi impossibile. In un’epoca segnata da migrazioni forzate, spostamenti di massa e crisi di rifugiati, la storia di un uomo che tenta per dieci anni di tornare in un luogo che nel frattempo è cambiato — dove la sua identità, il suo potere, persino la sua famiglia sono stati messi in discussione dalla sua assenza — risuona in modo tutt’altro che archeologico. Odisseo non torna semplicemente a Itaca: deve riconquistarsela, riconoscerla, e farsi riconoscere da essa.
C’è poi il tema del viaggio come attraversamento di un mondo “non mappato”, per usare le parole dello stesso Nolan a proposito delle riprese in mare aperto: un’immagine che si presta facilmente a diventare metafora del presente, tra crisi climatica, rotte migratorie reali nel Mediterraneo — non a caso alcune location del film toccano proprio quelle acque — e la sensazione diffusa di navigare epoche prive di punti di riferimento stabili. Anche la scelta di girare su pellicola, in un momento in cui l’intelligenza artificiale generativa sta ridefinendo la produzione delle immagini, si legge come una presa di posizione culturale: un’affermazione di autenticità fisica contro la sintesi artificiale, di lentezza artigianale contro l’istantaneità del digitale.
Un’epica che interroga il ritorno
The Odyssey colpisce per l’ambizione di fondo: raccontare non un eroe che vince una guerra, bensì un uomo che deve reimparare a essere se stesso in un mondo che lo ha, nel frattempo, dimenticato. Una storia vecchia tremila anni che, letta oggi, parla di esilio, memoria, identità smarrita e ricostruita — temi che l’attualità, purtroppo, non ha mai smesso di rendere urgenti.
Così hanno decretato gli Dei. Che nel perdersi, ciascuno possa ritrovare se stesso
Omero Odissea


