Il migliore: quando diventare peggiori è l’unica strada per il successo
Venti anni dopo, il monologo profetico di Mattia Torre continua a raccontarci chi siamo diventati
C’è un momento, nella vita di Alfredo Beaumont, in cui tutto cambia. Un incidente drammatico, di cui si sente responsabile anche se sarà assolto, spalanca una crepa nella sua esistenza. E da quella crepa non esce la luce, ma qualcosa di oscuro e liberatorio: la cattiveria. Quella cattiveria che Alfredo aveva sempre represso, quella che la società premia mentre punisce la gentilezza.
Agli Arcimboldi di Milano, il 7 e 8 febbraio, Valerio Mastandrea ha dato corpo e voce a questa metamorfosi terribile e comica scritta da Mattia Torre nel lontano 2005. Sì, avete letto bene: 2005. Vent’anni fa. Eppure ogni parola di questo monologo sembra scritta ieri mattina, scrollando i social media, leggendo i commenti sotto un post qualsiasi, assistendo all’ennesima polemica dove vince chi urla più forte.
La vita di Alfredo: un’esistenza trasparente
Chi è Alfredo prima del grande cambiamento? È “un’ameba”, come lo definiscono gli altri. Un uomo invisibile, con le sue piccole grandi ossessioni: i seminari sui cibi antichi, gli alberi di pere piemontesi da salvare, l’insonnia cronica, gli amori non corrisposti. Lavora in un call center di lusso, dove risponde alle richieste assurde di ricchi annoiati, possessori di speciali carte di credito che lo trattano come un maggiordomo digitale.
La sua vita scorre “lenta e un po’ faticosa come milioni di vite”, punteggiata da soprusi quotidiani: gli addetti della nettezza urbana che suonano al suo citofono, solo al suo, da anni, sempre alle sette e trenta del mattino per farsi aprire la porta. Perché Alfredo è buono. Troppo buono. E nella giungla urbana del nuovo millennio, essere buoni è un invito all’abuso.
La società che premia il cinismo: 2005 o 2026?
Ecco il genio visionario di Torre: nel 2005, quando scriveva questo testo, aveva già capito dove stavamo andando. Aveva intuito che stavamo costruendo un mondo dove spregiudicatezza, cinismo e disprezzo per gli altri sarebbero diventati strumenti di scalata sociale.
Pensateci: oggi viviamo nell’era degli influencer narcisisti, egomani, dei leader politici che fanno dell’arroganza un brand, delle aziende che premiano chi calpesta i colleghi pur di raggiungere il target. Viviamo in un mondo dove la gentilezza è scambiata per debolezza e l’empatia per ingenuità. Perché si sappia l’empatia è un lavoro costante, un modo di sentire la vita.
Alfredo, dopo l’incidente, lo capisce. E decide di giocare con le nuove regole. Diventa aggressivo, volgare, intollerante, competitivo. E funziona. Tutto funziona improvvisamente: successi in amore, avanzamenti sul lavoro, soldi, potere. Le porte della società si spalancano davanti a lui. Non servono più le pere piemontesi da salvare: serve il cinismo, e il cinismo paga.
L’interpretazione di Mastandrea: il volto della nostra trasformazione
Vedere Valerio Mastandrea incarnare questa parabola è un’esperienza emotivamente devastante. Sul palcoscenico quasi vuoto degli Arcimboldi, tra lame di luce che segnano percorsi ed evocano luoghi, Mastandrea compie sotto i nostri occhi una trasfigurazione.
Non è solo bravura tecnica – quella misura perfetta nei tempi, quella capacità di accendere il racconto con toni e voci diverse, quell’essenzialità del gesto che sa quando fare e quando trattenere. È qualcosa di più profondo: è empatia dolorosa. Mastandrea ci fa amare Alfredo quando è timido e ci fa riconoscere in lui quando diventa spietato.
Perché questo è il punto che fa male: non è la storia di un mostro, è la storia di un uomo normale che scopre che il male funziona meglio del bene. E mentre ridiamo – perché il testo è straordinariamente comico – sentiamo crescere dentro un disagio viscerale. Quanto di Alfredo c’è in noi? Quante volte abbiamo scelto la via più cinica perché sapevamo che avrebbe funzionato?
L’eredità di Mattia Torre: ridere per non impazzire
Mattia Torre ci ha lasciati nel 2019, portandosi via uno sguardo sul mondo che oggi ci manca disperatamente. Quello sguardo capace di essere ironico senza essere superficiale, tagliente senza essere cattivo, disincantato senza essere nichilista.
“Il migliore” nasce da quella capacità unica di osservare il presente come se fosse già passato, di anticipare le derive della società con vent’anni di anticipo. Nel 2005, i social media erano agli albori, gli influencer non esistevano, il populismo non aveva ancora conquistato mezzo mondo. Eppure Torre aveva già capito tutto: aveva capito che stavamo costruendo un sistema che premia la performance della sicurezza più della sostanza della competenza, che celebra l’urlo più dell’argomentazione, che scambia l’aggressività per leadership.
Il teatro come specchio (e come pugno nello stomaco)
Prodotto da Nuovo Teatro diretto da Marco Balsamo, lo spettacolo ha già conquistato Firenze e Roma prima di arrivare a Milano. E il pubblico degli Arcimboldi – gremito in entrambe le serate – ha risposto con quegli applausi che non sono solo approvazione, ma riconoscimento: sì, questa è la nostra storia. Sì, questo siamo noi.
Perché “Il migliore” non è un monologo che ti lascia tranquillo quando escono le luci. Ti segue a casa. Ti accompagna nei giorni successivi. Ti ritrovi a ripensarci quando qualcuno al lavoro si comporta da prepotente e viene promosso. Quando vedi l’ennesimo politico che sale nei sondaggi proprio perché è più rozzo e maleducato degli altri. Quando ti accorgi che anche tu, magari, hai scelto la strada più cinica perché era quella più veloce.
La domanda che resta
“Essere il migliore non sempre significa essere il più buono“, recita una sintesi perfetta dello spettacolo. Ma allora cosa significa essere il migliore? Alfredo lo scopre: significa essere il peggiore. E questa scoperta, che dovrebbe essere tragica, diventa liberatoria per lui e inquietante per noi.
Il genio di Torre – e la potenza dell’interpretazione di Mastandrea – sta nel non dare risposte. Non c’è una morale consolatoria, non c’è un lieto fine che riporta tutto a posto. C’è solo uno specchio spietato che ci rimanda l’immagine di una società dove il successo e la decenza viaggiano su binari sempre più distanti.
Vent’anni dopo averlo scritto, “Il migliore” è diventato più attuale che mai. Non è più una profezia, è una radiografia. E vedere Mastandrea dargli vita sul palcoscenico significa fare i conti con una verità scomoda: forse Alfredo ha semplicemente capito le regole del gioco. Forse il problema non è lui.
Forse il problema siamo noi.


