Fatto a mano, sentito col cuore: Wildwood e la rivoluzione gentile di Laika
Wildwood è il film che Laika ha impiegato sedici anni a rendere possibile: oltre due ore di stop-motion, 231 pupazzi, 136 set costruiti uno per uno, 140.000 volti stampati in 3D e mai riutilizzati. Sono numeri da record, ma non sono il motivo per cui ne parlo.
Ne parlo perché in un’epoca in cui ci chiedono di scegliere tra l’umano e la macchina, questo film risponde con un gesto semplice e quasi ostinato: le mani costruiscono, la tecnologia amplifica, e il cuore decide cosa vale la pena sentire. Non c’è un nemico da battere. C’è un’alleanza da imparare.
È per questo che credo che Wildwood, in sala negli Stati Uniti dal 23 ottobre 2026, sarà più di un successo di critica: sarà una dichiarazione di metodo per chiunque lavori con la creatività, che sia cinema, moda, eventi o esperienze immersive.
Ecco il trailer!
Sedici anni per aspettare che la tecnologia fosse pronta

La storia comincia nel 2011, quando Colin Meloy, voce dei Decemberists, pubblica il romanzo Wildwood insieme alla moglie, l’illustratrice Carson Ellis: un fantasy ambientato a Portland, dove la giovane Prue entra in una foresta nascosta per salvare il fratellino rapito dai corvi. Laika opziona i diritti nel giro di poche settimane.
Poi succede qualcosa di raro: non succede niente, di proposito. Travis Knight, fondatore e CEO dello studio, ha raccontato di aver aspettato perché Laika non aveva ancora gli strumenti per fare giustizia a quella storia. Meloy ed Ellis, dopo diverse visite in studio, si sentivano ripetere che Laika stava aspettando che la tecnologia la raggiungesse, tanto che a un certo punto hanno quasi smesso di crederci.
Leggetela bene, questa frase: la tecnologia che raggiunge l’immaginazione, e non il contrario. Le riprese iniziano solo nel 2021 e il film debutta al London Film Festival l’11 ottobre 2026. In mezzo, una lezione di pazienza che oggi sembra rivoluzionaria.
Come è stato fatto: l’artigianato che usa la stampante 3D
La stop-motion è una disciplina quasi monastica: si muove un pupazzo di una frazione di millimetro, si scatta una foto, si ripete. Ventiquattro volte per ogni secondo di film. Laika lo fa da sempre, ma con Wildwood ha portato l’idea a una scala mai vista.
I pupazzi: silicone, scheletri e muscoli stampati
Il film conta 231 pupazzi su 136 set fisici. I corpi in silicone poggiano su scheletri (armature) stampati in 3D, e anche la muscolatura interna è stampata. La tecnologia, qui, non sostituisce lo scultore: gli dà un’anatomia più precisa su cui lavorare.

I volti: 140.000 espressioni, ognuna usata una volta sola
È il cuore del metodo Laika. Fin da Coraline (2009) lo studio usa volti intercambiabili stampati in 3D: invece di deformare un’unica faccia, l’animatore sostituisce il volto a ogni fotogramma, e così le emozioni cambiano in modo sottilissimo. Il dipartimento di prototipazione rapida, guidato da Brian McLean (premiato con un Oscar scientifico-tecnico nel 2016 proprio per questa innovazione), conta tra le 60 e le 70 persone, e metà lavora al computer per modellare i pezzi prima di stamparli.
- Un kit di espressioni comprende 24 volti, uno per ogni fotogramma di un secondo di film.
- In Wildwood nessun volto viene riutilizzato: dopo lo scatto va in archivio.
- Il totale è di circa 140.000 volti, contro i 106.000 di Missing Link, che già deteneva un Guinness World Record.
Pensateci: è il massimo della tecnologia messo al servizio di un solo sguardo. Gli occhi sono la parte più difficile da animare, perché è lì che il pubblico decide se crede o no a un personaggio.

I set: miniature da quasi quattro metri e luci che non fanno più danni
Ogni ambiente è costruito a mano, con imperfezioni volute che danno realismo alle superfici. Molti set sono montati su piattaforme che si separano e scorrono via, per lasciare agli artigiani libero accesso. Il film si apre sul Pittock Mansion, storica villa di Portland, ricostruita in miniatura in scala 50%, alta quasi 13 piedi (circa 4 metri): servirono oltre 11 settimane e 45-50 artisti, con estensioni digitali dove la scala non bastava.
Anche l’illuminazione è cambiata: oggi lo studio usa LED a lunga durata, mentre in passato il calore dei fari rischiava di fondere oggetti e personaggi dei set.

L’aquila: 9.000 piume attaccate una a una
The General, l’aquila reale dorata che Prue cavalca (voce di Angela Bassett), richiese circa 9.000 piume artigianali applicate a una pelle in tessuto flessibile, in due versioni del pupazzo. È il primo film di Laika in cui gli uccelli sono protagonisti, e, secondo il racconto di Knight alla prima di Londra, un solo animatore ha seguito quasi per intero la sequenza di volo.
La macchina da presa: un maestro del live action
La fotografia è di Caleb Deschanel, sei volte candidato all’Oscar, al suo debutto nella stop-motion. Travis Knight racconta che a un certo punto chiese perché non girare qualche scena all’aperto, e che dovette spiegargli con gentilezza che non era possibile. Il risultato, per la critica di Deadline, è che la stop-motion sembra live action, con una capacità di cogliere dolore e riscatto dei personaggi che raramente si era vista in questa forma.
Il digitale: dove serve, invisibile
A Annecy, Knight ha descritto il film come una miscela di arte, artigianato e tecnologia. Nella pratica: a volte i pupazzi vengono animati su green screen e composti con fotografie dei set reali; altre volte i personaggi sono generati al computer dentro un set costruito; altre ancora è tutto stop-motion, e il digitale si limita a cancellare i supporti e i fili. Il direttore artistico Matthew Maldonado lo riassume così: ogni elemento è stato costruito a mano e poi ripreso in camera o usato come riferimento dagli effetti speciali. La regola è chiara: il digitale estende, non sostituisce.
Le voci e il ritmo
Per il casting, Laika ha abbinato le voci naturali degli attori ai disegni dei pupazzi prima della registrazione. E il passo? Secondo una delle fonti, un animatore consegna in una buona settimana circa tre secondi e mezzo di film finito: ecco perché Knight parla del ritmo dello studio come di una deriva dei continenti.
Curiosità
- Un omaggio nascosto al direttore della fotografia. Tra i negozi dei set di Portland c’è una rivendita di macchine fotografiche chiamata Caleb’s Cameras: un cenno a Caleb Deschanel.
- Le fontanelle animate. Le celebri fontane Benson Bubbler di Portland sono state animate fotogramma per fotogramma con parti sostitutive, grazie alla stessa squadra che stampa i volti: la stessa tecnologia, applicata all’acqua.
- L’acqua stampata. Laika ha usato la stampa 3D anche per simulare l’acqua.
- Il romanzo era “troppo adulto”. Meloy ha ricordato che l’idea nacque intorno al 2001, in un magazzino di Portland, come libro per bambini “selvaggiamente inadatto” ai bambini. Ellis ha poi disegnato 85 illustrazioni, che sono diventate un riferimento per i reparti arte e costumi del film.
- Uno zombie per posta. Già nel 2012 Carson Ellis raccontava sul suo blog che Laika le aveva mandato un piccolo zombie, e che Knight, ancora animatore oltre che CEO, passava settimane a spostare pupazzi in un cimitero in miniatura.
- Il film stop-motion più lungo di sempre. Le fonti oscillano tra i 131 e i 139 minuti, a seconda della versione e di chi li conta, ma sono tutte d’accordo sul record.
- Una serie perfetta. I primi cinque film dello studio hanno ottenuto tutti una candidatura all’Oscar come miglior film d’animazione.
- Il sottotesto del teaser. La scritta che richiama “le mani che hanno fatto Coraline” è stata letta da alcuni commentatori come una garbata frecciata all’intelligenza artificiale: è un’interpretazione, non una dichiarazione dello studio.
- Un film nato a Portland. È il primo film di Laika ambientato nella città in cui ha sede lo studio, e a Portland si riconoscono ponti e luoghi veri, ricostruiti in miniatura a pochi chilometri da dove nascono.
Perché Wildwood può cambiare il modo di fare cinema (e non solo)

Le prime recensioni, dopo la prima mondiale di Londra, parlano di uno dei film d’animazione più sorprendenti mai realizzati e lo indicano come favorito agli Oscar. Ma il motivo per cui lo considero dirompente va oltre i premi. Ne vedo quattro.
1. Dimostra che il fatto a mano può avere una scala epica
Per anni abbiamo dato per scontato che il grande spettacolo fosse una questione di calcolo, e l’artigianato una nicchia affettuosa. Wildwood sposta il confine: un film di oltre due ore, con battaglie, voli e un mondo intero, realizzato con le mani, tiene testa a qualunque produzione digitale. E lo fa senza nostalgia: usa stampa 3D, effetti visivi e compositing quando servono.
2. La tecnologia diventa un amplificatore di empatia
È la parte che mi sta più a cuore. Le 140.000 facce non servono a stupire: servono a far sentire di più. Ogni micro-espressione stampata è una scelta emotiva, e la macchina da presa di Deschanel la raccoglie come in un film dal vivo. La critica parla di un racconto su lutto, coraggio e crescita, e di un film che riesce a essere insieme un trionfo tecnico ed emotivo. Qui la tecnologia non toglie umanità: la distribuisce meglio.
3. Mette in discussione l’idea che l’efficienza sia l’unico valore
Secondo una recensione, Laika lavora in perdita e può permettersi di anteporre l’arte al profitto. Knight stesso definisce l’approccio artigianale un piccolo atto di ribellione, e sostiene che il fare lasci le sue impronte sull’opera. Alcuni critici hanno letto il film come un antidoto all’automazione creativa. Io lo leggo in modo meno polemico e più utile: non è contro la tecnologia, è a favore dell’intenzione. Dove c’è una mano che ha scelto, il pubblico lo sente.
4. Trasforma la lentezza in un vantaggio competitivo
Tre secondi e mezzo di film a settimana per animatore, sedici anni di sviluppo, un pupazzo che richiede mesi: in un mercato che premia la velocità, Laika fa della lentezza un marchio di qualità. Un modello che parla a chiunque lavori in settori dove l’esperienza vissuta conta più dell’output prodotto.
Il futuro della creatività non è scegliere tra la mano e la macchina. È decidere che cosa vogliamo che la macchina ci aiuti a far sentire.
Dalle passerelle alla stop-motion: il filo che lega tutto
Il mondo della moda ultimamente sembra andare nella stessa direzione e non credo sia una coincidenza. Da New York a Parigi, passando per Londra e Milano, le sfilate primavera estate 2027 hanno trasformato passerelle e location in veri mondi paralleli. Biblioteche, giardini monumentali, tunnel pieni di letti, auto sospese, fiori giganti e architetture storiche sono diventati parte integrante del racconto. Gli spazi più memorabili non sono quelli più tecnologici, ma quelli in cui la tecnologia è al servizio di una sensazione.
Chanel: uno stormo sospeso nel Grand Palais

Per la primavera-estate 2027 (collezione Taking Flight, 5 ottobre) Matthieu Blazy ha riempito la navata di vetro del Grand Palais di uccelli luminosi sospesi a mezz’aria, 95 secondo Haute Living, sopra un ampio pavimento di marmo che ne riflette la luce. L’ispirazione, ha raccontato, viene da un villaggio del sud Italia dove sorge un santuario per uccelli migratori, e rondini e rondoni tornano sugli abiti come bottoni, gioielli e ricami. Il messaggio è la libertà: non si spiega il volo, lo si fa sentire. Già nell’alta moda primavera-estate 2026, la stessa sala era diventata una foresta onirica con funghi giganti: un bosco, proprio come quello di Wildwood.


Saint Laurent: tre lampadari d’oro e la memoria

Sotto la Tour Eiffel illuminata, Anthony Vaccarello ha costruito la sfilata primavera-estate 2027 intorno a tre grandi lampadari dorati su una passerella nera laccata, un richiamo alla collezione Rive Gauche dell’autunno 1991 di Yves Saint Laurent, anch’essa con lampadari dorati. L’oro compariva in sei sfumature (bizantino, pallido, rinascimentale, opaco, Art Déco e brunito), fino al lattice rivestito di foglia d’oro, e a metà serata ha cantato dal vivo Charlotte Gainsbourg. Luce, materia e ricordo hanno fatto il lavoro emotivo, e le critiche hanno letto lo show come un addio sentimentale a dieci anni di direzione creativa (voce non confermata).
Un lunghissimo tappeto di tulipani gialli invade il David H. Koch Theater per celebrare i 45 anni di Carolina Herrera.

Automobili sospese e fari accesi trasformano la Cour Carrée del Louvre in una strada futuristica per Louis Vuitton.

Hermès: quando il fatto a mano è il linguaggio
Per celebrare l’apertura del nuovo negozio di Williamsburg, Hermès ha organizzato una cena al Powerhouse Arts di Brooklyn, con uno skyline in miniatura di New York che correva per tutta la lunghezza dei tavoli.
Progettato da Hermès International e prodotto da STUDIO BOUM, il paesaggio urbano luminoso ha trasformato la cena in una versione di New York immersa nella luce viola, con centinaia di edifici in miniatura che si snodavano tra gli ospiti.


Tre linguaggi, una sola direzione
Volo, luce, aria. Uno stormo, un lampadario, un foulard. Tre case molto diverse, un solo movimento: portare in primo piano ciò che il corpo riconosce come vero, il tocco, la materia, il ricordo.
Wildwood è la stessa idea portata su un altro palcoscenico. Un set in miniatura costruito a mano e illuminato con LED di nuova generazione. Un volto scolpito a mano e stampato in 3D. Un’ambientazione fisica estesa con effetti digitali invisibili. Cambiano i materiali, non la direzione.
Per questo penso che stiamo assistendo a qualcosa di più di una moda del momento. Dal cinema all’experience design, passando per le passerelle, il mondo della creatività e dell’intrattenimento si sta muovendo verso l’umano: più tocco, più imperfezione voluta, più presenza. E lo fa senza rinnegare la tecnologia, che anzi diventa lo strumento più potente che abbiamo per amplificare emozioni ed empatia.
Per chi come me lavora ogni giorno con eventi ed esperienze immersive, la lezione è chiara: il pubblico non ricorda quanta tecnologia c’era, ricorda come si è sentito.
Se volete farvi un regalo o farlo vi consiglio questo libro!

“The Art of Wildwood” ripercorre i 15 anni di lavorazione del film, celebrando l’arte, la maestria e l’innovazione che si celano dietro ogni aspetto della sua creazione. Il libro esplora la realizzazione – dall’ideazione alla fabbricazione – delle 136 location senza precedenti, dei pupazzi finemente progettati, dei costumi realizzati a mano, del character design, delle scelte cinematografiche e dello sviluppo della storia. Attraverso scansioni all’avanguardia dei materiali originali, fotografie straordinarie e testimonianze dirette dei principali creativi di LAIKA, il tutto sapientemente intrecciato dall’acclamato giornalista cinematografico Drew Taylor, i lettori avranno uno sguardo esclusivo sugli straordinari risultati creativi e tecnici che hanno dato vita a Wildwood.
Scoprite perché la costumista Deborah Cook ha scelto una giacca ampia per un guerriero coyote, come lo scenografo Nelson Lowry ha incorporato dettagli della Pittock Mansion di Portland per arricchire il mondo della storia e come il direttore della fotografia Caleb Deschanel ha ottenuto movimenti di macchina suggestivi all’interno di set in miniatura. Queste storie sono solo un piccolo esempio delle numerose narrazioni presenti in questa pubblicazione, che offrono uno sguardo affascinante dietro le quinte sull’innovazione, l’intento e la collaborazione che caratterizzano Wildwood.


