Il Mago di Oz alla Sphere: quando l’AI riscrive i classici del cinema
Come Google sta ridefinendo l’esperienza cinematografica attraverso l’intelligenza artificiale generativa.
C’è un momento nella storia dell’intrattenimento in cui tutto cambia. Nel 1927 fu “Il cantante di jazz” con il primo sonoro, nel 1939 fu proprio “Il Mago di Oz” con il Technicolor che esplose sugli schermi americani. Oggi, nel 2025, potremmo essere di fronte a un altro di questi momenti cruciali: un film di 86 anni sta per essere completamente reinventato dall’intelligenza artificiale e ha debuttato alla Sphere di Las Vegas il 28 agosto.

La sfida tecnica: reinventare l’impossibile
La Sphere non è un cinema qualunque. Con il suo schermo interno da 16K (16.000 pixel per lato) che si avvolge completamente sopra e intorno al pubblico, sedili aptici, macchine del vento e un sistema audio da 167.000 altoparlanti, rappresenta l’apice dell’intrattenimento immersivo. Ma qui nasce il problema: “Il Mago di Oz” del 1939, con il suo formato 4:3 pensato per gli schermi dell’epoca, semplicemente non può funzionare in questo ambiente.

Immaginate il primo piano del volto di Judy Garland esteso per sei piani di altezza, con la fronte dietro di voi e il mento davanti. Il risultato sarebbe grottesco, non magico. È qui che entra in gioco la rivoluzione tecnologica orchestrata da Google DeepMind e Google Cloud, insieme a Warner Bros. Discovery e Magnopus.
L’Upscaling impossibile: da 4:3 a 16K
Il primo ostacolo era puramente tecnico: portare un film degli anni ’30 alla risoluzione 16K richiesta dalla Sphere. Non parliamo di un semplice ingrandimento, ma della creazione di tecnologie mai esistite prima. Google ha dovuto sviluppare algoritmi di machine learning capaci di analizzare ogni singolo frame del film e ricostruirlo con un livello di dettaglio cristallino.
Ma l’upscaling era solo l’inizio del viaggio.
Sound design
Outpainting: quando l’AI diventa regista
La vera magia (e controversia) di questo progetto risiede nell’outpainting, una tecnica che espande artificialmente le inquadrature originali. Ogni primo piano, ogni scena intima del film originale deve essere “allargata” per riempire l’immensità dello schermo sferico.
Prendiamo la famosa scena del tornado: nell’originale vediamo Dorothy aggrappata mentre il vento la sballotta. Per la Sphere, l‘AI ha dovuto aggiungere più terreno, più detriti volanti, persino completare parti del corpo della protagonista che nell’originale erano fuori campo. Un compito relativamente semplice, considerando che si tratta principalmente di elementi ambientali.

Ma le cose si complicano drasticamente quando l’AI deve ricostruire interi personaggi che nell’originale erano solo parzialmente visibili o completamente fuori campo. La scena finale, dove Dorothy racconta la sua avventura circondata da famiglia e amici (“E tu eri lì, e tu eri lì!”), rappresenta una sfida titanica: l’intelligenza artificiale deve non solo posizionare i personaggi nello spazio, ma anche decidere cosa stanno facendo, come si muovono, come reagiscono.


In sostanza, Google sta dirigendo nuove scene di “Il Mago di Oz”.

Il paradosso dell’autenticità
Qui entriamo nel cuore della questione filosofica che questo progetto solleva. Quello che vediamo alla Sphere è ancora “Il Mago di Oz” del 1939? La risposta onesta secondo me è no. Sarà un’interpretazione algoritmica del capolavoro di Victor Fleming, filtrata attraverso l’intelligenza artificiale di Google.

Come potete vedere in alcuni casi le modifiche sono state davvero imponenti….di seguito vedete il “nuovo Mago di Oz”.

Le prime immagini mostrate durante la presentazione di Google Cloud Next 2025 e poi le immagini condivise sui social da chi ha visto il film hanno rivelano tanto le potenzialità quanto i limiti di questa tecnologia. Judy Garland, nella sequenza “Over the Rainbow”, appare con una qualità visiva cristallina ma anche con quell’inquietante effetto “ceroso” tipico dell’upscaling AI su volti umani. I suoi capelli, in alcuni momenti, sembrano una massa di plastica solida piuttosto che ciocche naturali.
Ecco un dettaglio per farvi capire…….
La scena dell’incontro con il Mago di Oz è stata così radicalmente trasformata dall’outpainting da risultare quasi irriconoscibile rispetto all’originale.
Una squadra da mille persone per riscrivere la storia
Per realizzare questa impresa, Sphere Studios ha assemblato un team di oltre mille persone tra artisti, tecnologi e ricercatori. Il progetto ha coinvolto professionisti del calibro di Jane Rosenthal (produttrice di “The Irishman”), Ben Grossmann (effetti visivi vincitore dell’Oscar per “Hugo”), Jennifer Lame (montatrice Premio Oscar per “Oppenheimer”) e Zack Winokur.
L’approccio non è stato quello di semplicemente “dare in pasto” il film a un algoritmo, ma di passare anni a perfezionare ogni singolo frame, utilizzando materiali originali come schemi dei set, partiture musicali e documentazione d’epoca per guidare l’intelligenza artificiale nella ricostruzione.

L’esperienza totale: oltre il cinema tradizionale
Il risultato finale è sicuramente un’esperienza sensoriale completa. I 75 minuti di proiezione includono:
- Sedili aptici sincronizzati con l’azione
- Effetti ambientali come vento e profumi personalizzati
- Audio immersivo attraverso 167.000 altoparlanti che ridefiniscono completamente le orchestrazioni originali
- Coinvolgimento a 360° che fa sentire lo spettatore parte dell’avventura
Dai video condivisi sui social, durante la scena in cui gli alberi di mele si scuotono……cadono davvero dall’alto delle mele (finte ovviamente) che diventano subito gadget imperdibile! Alcune già vengono vendute sul web a prezzi folli!

C’è anche una Premium Suite per i pacchetti speciali e volendo anche per gruppi e eventi privati.



L’installazione esterna della Sphere, con le gambe di 15 metri della Strega Malvagia dell’Est complete di scarpette rubino di 7 metri, è solo un assaggio della spettacolarità che attende i visitatori.

Turismo di destinazione
La metropoli del gioco d’azzardo e degli eccessi si è scoperta improvvisamente fragile. Casinò e alberghi non registravano più il tutto esaurito, ma stanze vuote e tavoli deserti. Gli arrivi erano calati dell’11,3% e per la prima volta la crisi ha colpito i mesi estivi. Inflazione e timori economici hanno pesato sulle scelte dei turisti americani e stranieri. Un problema che ha messo in discussione il modello di sviluppo della capitale del Nevada. Sicuramente il progetto Sphere ha contribuito a dare una boccata d’aria a Las Vegas. Basta guardare i pacchetti turistici che vengono venduti in abbinamento agli spettacoli della Sphere.

Merchandising e engagement
Nei famosi pacchetti turistici ci sono buoni da spendere per il merchandising per cui alcuni amanti del film hanno fatto delle lunghe file prima e dopo la proiezione. Interessanti le esperienze prima della proiezione del film, immancabili le postazioni per fare foto ovviamente!







Di certo non potevano mancare le scarpette originali indossate da Judy Garland nel film!! Piccola curiosità per gli appassionati: le scarpette rosse indossate da Judy Garland ne Il mago di Oz sono state vendute all’asta per la cifra record di 28 milioni di dollari, ben oltre le stime iniziali. Questo paio di scarpe, uno dei quattro esistenti, ha un passato avventuroso. Rubato nel 2005, è stato recuperato solo nel 2018 grazie a un’operazione dell’FBI. Nel libro, le scarpette magiche erano argentate, ma i produttori del film decisero di cambiarle in rosso per sfruttare la rivoluzionaria tecnologia Technicolor.

Il futuro dell’intrattenimento: opportunità e rischi
Questo progetto rappresenta molto più di un esperimento tecnologico. È una finestra sul futuro dell’intrattenimento, dove l’AI non si limita a ottimizzare contenuti esistenti, ma li ricrea completamente.
Le implicazioni sono enormi:
Opportunità:
- Possibilità di “restaurare” e rendere accessibili a nuove generazioni capolavori del passato
- Creazione di esperienze immersive impossibili con le tecnologie tradizionali
- Democratizzazione di effetti speciali un tempo riservati a produzioni multimilionarie
Rischi:
- Perdita dell’autenticità artistica originale
- Creazione di “versioni ufficiali” alterate di opere storiche
- Dipendenza crescente da interpretazioni algoritmiche della creatività umana
La lezione di Van Gogh
Google spera che questo progetto abbia lo stesso effetto degli spettacoli immersivi dedicati a Van Gogh, che hanno avvicinato una nuova generazione all’arte del pittore olandese. L’obiettivo è che giovani spettatori, magari poco interessati a guardare un film in bianco e nero (e Technicolor) del 1939 sul divano di casa, possano innamorarsi della storia attraverso questa esperienza multisensoriale.
Verso un nuovo paradigma
Quello che sta accadendo alla Sphere di Las Vegas non è solo la trasformazione di un singolo film, ma l’alba di una nuova era dell’intrattenimento. Un’era in cui l’intelligenza artificiale non sostituisce la creatività umana, ma la amplifica, la ricontestualizza, la rende accessibile in modi prima impensabili.
La domanda che tutti possiamo porci non è se questa tecnologia sia “giusta” o “sbagliata”, ma come vogliamo che venga utilizzata. L’AI generativa è qui per restare, e progetti come “Il Mago di Oz alla Sphere” rappresentano solo l’inizio di una rivoluzione che ridefinirà il nostro rapporto con l’arte, la storia e l’intrattenimento.
Come disse una volta Dorothy: “Non siamo più in Kansas”. E forse, nel 2025, non siamo più nemmeno nel cinema come lo conoscevamo.


