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Prima Scala 2020 – “A riveder le stelle”

Il 7 dicembre è andato in scena su Rai1 il Sant’Ambrogio più inedito della storia della Scala. Un concerto-evento non un semplice gala, uno show inedito di circa tre ore.

A riveder le stelle”, un’ampia carrellata di brani hanno ripercorso la storia dell’opera, non solo italiana, per la registrazione dei quali sono stati coinvolti ben 24 tra i massimi interpreti della scena lirica internazionale.

Sono ben 29 le arie tratte dai più celebri titoli di opera di Giuseppe Verdi, Gioacchino Rossini, Gaetano Donizetti, Giacomo Puccini, Umberto Giordano, George Bizet, Richard Wagner e Jules Massenet.

La regia è di Davide Livermore, le scenografie e gli effetti speciali sono affidati a Giò Forma e D-Wok.

I palchi sono muti, l’orchestra è disposta in platea. La prima immagine è quella di Milano ripresa dall’alto, i nuovi grattacieli di Citylife, il Castello Sforzesco, corso Sempione, il Duomo e piazza Scala.

Poi, un video di Mirella Freni che canta ‘Io son l’umile ancella’ da ‘Adriana Lecouvreur’ di Francesco Cilea

A volare fino al teatro è la Musa della Musica che lo trova vuoto con una sola donna delle pulizie che accenna all’Inno nazionale.

È Maria Grazia Solano che recita, a cappella, le prime strofe dell’Inno d’Italia: è sul palco sola, senza strumenti a supportarla, con la voce che rimbomba nella sala vuota. È vestita come un’addetta alle pulizie, con una scopa in mano. Perché tutti hanno contribuito a mandare in scena lo spettacolo.

L’orchestra e il coro, gli attrezzisti e le maschere, i tecnici di palcoscenico: sono loro i Fratelli d’Italia con cui inizia una prima della Scala che è anche la prima nella storia, sono loro a cantare l’Inno di Mameli che apre il Sant’Ambrogio più popolare cui mai agli appassionati sia capitato di assistere.

Cantano tutti i lavoratori perché la Scala sono loro, sono tutti quelli che hanno permesso a questa prima di andare in scena nonostante l’emergenza e le difficoltà.

Un modo per dire che la Scala c’è e vuole esserci. Un percorso che dalle tenebre intende, idealmente, condurre alla luce.

Sul podio Riccardo Chailly con le spalle rivolte al palcoscenico. Per il balletto c’è Michele Gamba, mentre l’allestimento scenico è stato affidato al regista Davide Livermore che ha creato l’impianto narrativo coinvolgendo anche diversi attori sul palco. Massimo Popolizio, (che con le parole di Bergman ricorderà il senso del teatro) Caterina Murino e Laura Marinoni che hanno letto alcuni brani significativi. 

Dopo l’Inno di Mameli c’é un ricordo per Ezio Bosso, direttore d’orchestra nel 2019. È un importante riconoscimento rispetto al suo pensiero.

Le arti performative sono sempre una produzione non orpello, sono politica non decoro, e devono andare avanti, soprattutto in un momento difficile come questo.

Tommaso Bosso

Poco dopo si torna subito in scena con Caterina Murino che recita Victor Hugo per poi arrivare al vero inizio della serata musicale.

Apre le danze Luca Salsi con Rigoletto e Cortigiani vil razza dannata, primo passaggio di una sorta di compendio di quel che ha fatto grande il melodramma, dal Nessun dorma della Turandot a Una furtiva lacrima dall’Elisir d’amore. Tre uomini completamente mascherati, con una pistola in mano, camminano attorno al baritono. Ai suoi piedi una donna, dietro una transenna, con il rossetto che le sporca le labbra.

Canta Vittorio Grigolo, con la sua interpretazione della La donna è mobile.

Dopo di lui arriva il lirico russo Ildar Abdrazakov che interpreta Ella giammai m’amò dal Don Carlo.

La scenografia è una carrozza di un treno d’altri tempi, un Orient Express che corre su uno sfondo di pini innevati e gelo. Un canto disperato per un affetto non ricambiato in una sola frase: “Amor per me non ha!”.

Ludovic Tézier, baritono francese, ha il compito di portare in scena Per me giunto, sempre dal Don Carlo, cui fa seguito la prima cantante donna di A riveder le stelle: è il mezzosoprano lettone Elina Garanca.

Michela Murgia dopo l’esibizione di Tézier introduce le eroine d’opera e dunque la riflessione sulla condizione della donna, per trasmettere, com’è nelle intenzioni del regista Davide Livermore, quanto siano attuali le emozioni espresse dal melodramma.

L’opera lirica è uno spettacolo ricco, non per ricchi. Non bisogna farsi ingannare dai costumi suntuosi o dall’imponenza della musica o dalla doratura degli stucchi e dei teatri. La verità è che la povera gente e le classi popolari ci sono sempre andate a vedere spettacoli. un po’ perché la musica classica è un’arte per tutti e un po’ perché ci si riconoscevano.

Michela Murgia

Butterfly la fragile, Lucia la ‘pazza’, Liù la sacrificata, Carmen la passionale. Donne temerarie, forti, combattute, per certi versi sfortunate, solo alcune delle protagoniste femminili di A riveder le stelle. Figure fragili eppure decise, regine da operetta e schiave innamorate. Tragicità e sfortuna, come quella che fa sfondo alla Madama Butterfly, che come la maggior parte delle protagoniste femminili di Puccini sono spesso accumunate dalla tragica fine che le accompagna: disperate, sole, morte di tisi o suicide.

Ed è proprio il momento di un’altra donna, sul palco della Scala, inondato dall’acqua sul quale danzano due ballerini e due maschere-inservienti con tanto di ombrello: il soprano Lisette Oropesa, nata a new Orleans nel 1983, ha il compito di cantare il Donizetti di Regnava nel silenzio, da Lucia di Lammermoor.

Puccini entra alla Scala con Tu, tu piccolo Iddio, da Madama Butterfly del soprano operistico lettone Kristine Opolais.

Camilla Nylund con Andreas Schager: la coppia si cimenta nel Wagner di Winterstürme da Walküre, poi si ritorna a uno dei compositore italiani operistici più celebri, Gaetano Donizetti: è la volta di So anch’io la virtù magica, da Don Pasquale, cantata da Rosa Feola e Una furtiva lacrima, da Elisir d’amore, con la voce di Juan Diego Flórez.

I giovanissimi Nicoletta Manni e Timofej Adrijashenko ballano Lo Schiaccianoci Adagio dal Grand pas de deux, Atto II.

Poi si arriva un altro grande classico: il Giacomo Puccini di Signore ascolta, da Turandot. La interpreta Aleksandra Kurzak, prima che le telecamere tornino sull’eroica orchestra.

I musicisti, concentratissimi, che dietro le protezioni soffiano e prendono fiato al ritmo del Preludio, dalla Carmen di Georges Bizet. Il compositore re e pianista francese è ancora con la Carmen: prima con l’Habanera, protagonista Marianne Crebassa, poi con Piotr Beczala che canta La fleur que tu m’avais jetée.

Morrò, ma prima in grazia ed Eri tu da Un ballo in maschera: Eleonora Buratto e George Petean, in scena come il Presidente degli Stati Uniti, omaggiano il compositore nato nel 1813 in una piccola frazione del comune di Busseto, in provincia di Parma.

Poi, la voce della brava attrice Laura Marinoni recita le struggenti parole di Ho sceso, dandoti il braccio di Eugenio Montale, dedicata alla moglie non vedente ormai non più accanto a lui.

J. Massenet – “Pourquoi me réveiller” da WertherBenjamin Bernheim.

Sono di Davide ‘Boosta’ Dileo, fondatore dei Subsonica e di Erik Satie le musiche su cui si è esibito l’etoile Roberto Bolle.

In questo momento drammatico, non riesco a non pensare che istruzione e arte siano due dei presidi di civiltà su cui non bisognerebbe mai spegnere i riflettori.

Davide Dileo

Tra fasci di laser colorati, unici ‘arredi’ del palco, Bolle ha ballato sul brano Waves , ‘Onde’.

Giuseppe Verdi torna con una suite con gli estratti dai ballabili, da I Vespri siciliani, Jérusalem e Il trovatore, con le coreografia Manuel Legris e, a danzare, Martina Arduino, Virna Toppi, Claudio Coviello, Marco Agostino e Nicola Del Freo.

Credo, da Otello, lo canta il baritono spagnolo Carlos Álvarez.

L’incursione dell’ultimo atto dello spettacolo è nel repertorio di Umberto Giordano con La mamma morta, da Andrea Chénier, interpretata da Sonya Yoncheva.

Nemico della patria, cantata da Plácido Domingo.

A Puccini e Rossini è dedicato il gran finale: E lucevan le stelle, da Tosca (Roberto Alagna).

Un bel dì vedremo, da Madama Butterfly (Marina Rebeka).

Nessun dorma, da Turandot (Piotr Beczala).

Tutto cangia, finale da Guglielmo Tell di Rossini, con Eleonora Buratto, Rosa Feola, Marianne Crebassa, Juan Diego Flórez, Luca Salsi e Mirko Palazzi, chiude A riveder le stelle.

Moda e creatività

In una serata del genere non possono mancare moda e creatività e grazie a un accordo con la Camera nazionale della moda italiana i cantanti hanno indossato abiti firmati Armani, Dolce e Gabbana, Lella Curiel, Valentino e Marco De Vincenzo.

La mezzosoprano Marianne Crebassa indossa un abito rosso con bustino interamente ricamato in paillettes e cristalli e gonna a balze in tulle e crinolina e un abito da sera in velluto di seta nero e dettagli ricamati tono su tono con maniche in frange ricamate (Armani).

Il soprano statunitense Lisette Oropesa ha optato per un vestito da sera in tulle nero a pois lamé, interamente ricamato con perle e cristalli (Armani).

Il soprano lettone Kristine Opolais ha voluto fasciarsi in un completo in velluto di seta nero, con profondo scollo a cuore ricamato in cristalli tono su tono, completato da una cappa in tulle interamente ricamata (Armani).

Il tenore italiano Vittorio Grigolo ha scelto un classico frac nero.

Dolce&Gabbana hanno vestito cinque soprano: le italiane Eleonora Buratto (“Morrò, ma prima in grazia” del Ballo in maschera).

Rosa Feola (“So anch’io la virtù magica” dell’Elisir d’amore). La bulgara Sonya Yoncheva (“La mamma morta” di Andrea Chénier). La polacca Aleksandra Kurzak (“Signore, ascolta” di Turandot) e la lettone Marina Rebeka (“Un bel dì vedremo” di Madama Butterfly).

Valentino ha vestito il mezzosoprano lettone Elina Garanca, interprete dell’aria “O don fatale” del Don Carlo.

Anche le attrici di prosa indossavano abiti griffati: Marco De Vincenzo e Curiel per Maria Chiara Centorami; Dolce&Gabbana per Linda Gennari; Curiel e Gianluca Capannolo per Laura Marinoni; Valentino per Michela Murgia; Dolce&Gabbana per Caterina Murino (e pure per gli smoking di Massimo Popolizio e del regista Davide Livermore).

Gli ingredienti per una serata da ricordare ci sono stati tutti. Un evento planetario che punta a raggiungere una platea potenzialmente sconfinata.

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