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Dal granello di sabbia alla perla: come il Capitale Semantico ridefinisce il nostro rapporto con l’Intelligenza Artificiale – Orbits 2025

Il filosofo dell’Intelligenza Artificiale

Prima di entrare nel vivo dell’evento, vale la pena soffermarsi su chi è Luciano Floridi. Professore ordinario di filosofia ed etica dell’informazione, Floridi è considerato uno dei massimi esperti mondiali di etica digitale e filosofia dell’AI. La sua opera più recente, “La differenza fondamentale. Artificial Agency: una nuova filosofia dell’intelligenza artificiale” – il libro che sto divorando in questi giorni – esplora proprio il confine sottile ma cruciale tra l’agire umano e quello artificiale. Non si tratta di demonizzare la tecnologia né di celebrarla acriticamente, ma di comprenderne la natura per governarla meglio.

Floridi non è un tecnologo che filosofeggia né un filosofo che teme la tecnologia. È qualcosa di più raro: un pensatore che abita la complessità senza semplificarla, che sa parlare tanto ai CEO quanto agli studenti, traducendo concetti astratti in strumenti concreti per navigare il presente.

Orbits: molto più di un evento

“Fare meglio insieme”: questa la missione di Orbits-Dialogues with Intelligence, progetto firmato da Action di Manuela Ronchi e guidato da Luciano Floridi. Ho partecipato alla seconda edizione che si è svolta il 19 e 20 novembre 2025 al Palazzo del Ghiaccio di Milano. Organizzazione impeccabile anche se avrei preferito un po’ più di dinamicità nei vari interventi. Avrei preferito qualcosa di meno frontale e un po’ più interattivo anche se Orbits ha già fatto un notevole passo avanti a mio avviso. Uno “show-how”, un ibrido tra riflessione filosofica, testimonianza aziendale e performance artistica.

Tutto parte da una domanda fondamentale del nostro tempo: cosa significa essere umani quando le macchine possono fare quasi tutto ciò che facciamo noi?

Il Capitale Semantico: la vera differenza

Il tema scelto per il 2025 è stato il capitale semantico, un concetto che Floridi ha esplorato nella sua lectio magistralis di apertura. La definizione è semplice ma potente: capitale semantico è tutto ciò che aumenta la nostra capacità di dare senso e significato al mondo.

Non si tratta solo di contenuti astratti, ma di libri, immagini, film, musica, tradizioni, simboli, esperienze personali, storie di famiglia, linguaggi professionali. Tutto ciò che, quando lo incontriamo, ci aiuta a semantizzare la realtà: capirla, interpretarla, rileggerla.

“È la ricchezza di idee, linguaggi, arti, esperienze e conoscenze che produciamo per dare senso alla realtà”, ha spiegato Floridi dal palco. “È ciò che trasforma un insieme di dati in significato. Senza significato, la vita non è solo meno degna di essere vissuta, ma impossibile da vivere”.

La metafora della perla

Una delle immagini più potenti usate da Floridi è quella della perla. Come un granello di sabbia irrita l’ostrica, generando però una risposta che produce bellezza, così le sfide tecnologiche – pur generando frizione – ci obbligano a chiarire cosa, per noi, ha davvero valore.

Le macchine non possono avere capitale semantico. Possono rielaborare contenuti, ma non vivono esperienze, non soffrono, non si riconoscono in una narrazione. È l’essere umano, con il suo “granello di sabbia” – dolore, limite, fatica – a trasformare l’informazione in una perla di significato.

Risonanza stocastica e asimmetria semantica

Floridi ha introdotto il concetto di risonanza stocastica: quando due fenomeni “negativi” si sommano, può emergere qualcosa di inatteso. Da una parte abbiamo una massa immensa di dati (chi siamo, ciò che produciamo). Dall’altra l’intelligenza artificiale, che funge da interfaccia tra noi e questi dati.

L’incrocio può far emergere, per contrasto, proprio il nostro capitale semantico come ciò che davvero ci distingue. E qui emerge un punto cruciale per le aziende: in futuro, il vantaggio competitivo non sarà nell’asimmetria informativa (“io ho dati che tu non hai”), ma nell’asimmetria semantica: “magari abbiamo gli stessi dati, ma io so usarli per costruire significato meglio di te”.

I quattro rischi

Floridi ha identificato quattro minacce al capitale semantico:

  1. Perdita: vandalismi, propaganda, fake news, revisionismi tossici che distorcono o cancellano significati preziosi
  2. Improduttività: ricchezze culturali non utilizzate (archivi non digitalizzati, conoscenze disperse)
  3. Uso improprio: quando simboli o eventi vengono caricati di significati che li tradiscono
  4. Deprezzamento: il capitale semantico invecchia se non c’è educazione e aggiornamento continuo

Pappagalli stocastici e il problema del grounding

In uno dei passaggi più illuminanti, Floridi ha spiegato come i moderni chatbot siano “pappagalli stocastici”: producono risposte plausibili calcolando probabilità statistiche, non si basano su verità vissute.

Per una macchina, “la neve è bianca” è una conclusione statistica. Per un umano è un fatto ancorato all’esperienza. Questo è il cuore del symbol grounding problem: come si fondano i simboli sul mondo reale?

Da questo scollamento derivano le “allucinazioni” dei sistemi AI, risposte sbagliate ma convincenti. Secondo la congettura di Floridi: se un sistema è potente e flessibile (generativo), non potrà mai essere completamente certo. O potenza, o controllo assoluto.

L’incontro con Giovanni Allevi: quando la malattia diventa musica

Tra i momenti più emozionanti della mattinata, l’incontro tra Floridi e il Maestro Giovanni Allevi ha offerto una testimonianza potente sul capitale semantico vissuto.

Se dovessi scegliere il momento che più ha incarnato il senso profondo del capitale semantico, quello è stato senza dubbio l’intervento del Maestro Giovanni Allevi. Non una teoria astratta, ma una testimonianza vissuta di come il significato possa trasformare persino la malattia in arte. Dal palco ha annunciato che in alcune sale cinematografiche selezionate sarà possibile vedere il docufilm “ALLEVI – Back to Life”, un racconto che non si limita a mostrare, ma invita a sentire. È il diario visivo e sonoro di un’anima che, attraversando la fragilità, ha ritrovato la forza di parlare al mondo attraverso nuove note.

Bach, l’arte della fuga e il metodo

Allevi ha aperto il suo racconto tornando al 1750, quando Johann Sebastian Bach stava scrivendo “L’Arte della Fuga”. Nel contrappunto 14, Bach inserì una strana melodia di quattro note: si bemolle, la, do, si naturale (B♭, A, C, H). Era il suo stesso nome trasformato in musica attraverso un metodo matematico che associa le lettere dell’alfabeto alle note di una scala musicale.

“Quando ero studente in composizione, mi ero entusiasmato di questo procedimento e avevo iniziato a trasformare in note tutto quello che avevo intorno: il gatto, gli spaghetti, mia madre, tutto. Anche il mio stesso nome, che è venuto abbastanza brutto”, ha raccontato Allevi con ironia dal palco.

C’è qualcosa di pitagorico in questo: in ogni cosa c’è un nome, ogni nome può essere trasformato in musica. In ogni cosa c’è una musica. Quella suggestione aveva già affascinato il giovane Allevi, ma sarebbe tornata a salvarlo decenni dopo, nel momento più buio.

Vienna, 2 Giugno 2022: quando il corpo si ferma

“Il 2 giugno 2022 mi trovavo a Vienna per un concerto alla Konzerthaus con un dolore alla schiena esagerato. Avevo anche la febbre da diversi giorni”. Il dolore era così intenso che, all’applauso finale del concerto, Allevi non riuscì ad alzarsi dallo sgabello del pianoforte, creando imbarazzo nel pubblico.

“Mi sono aggrappato al pianoforte come fosse una stampella. Mi sono tirato su per ricevere questo applauso. Piano piano, con dei passetti, sono andato dietro le quinte e ho detto al mio staff: ‘Non ce la faccio più, fermiamo tutto'”.

Il suo staff lo rassicurava: sarà la schiena, un movimento sbagliato, il pianoforte. Ma quando tornò in Italia e fece una lastra e le analisi del sangue, la verità emerse: mieloma multiplo, tumore del midollo osseo. In stadio avanzato.

Mieloma: dolce come parola…..

“Lì per lì, appena ricevuta la diagnosi, ho avuto un attimo di disperazione. Perché la diagnosi di un tumore, uno la vive come una sentenza”, ha confessato Allevi. Ma poi, subito dopo, nella sua testa cominciò a risuonare quella parola che non conosceva: Mieloma.

“‘Mieloma. Dolce come parola’. In questa disperazione iniziale, non mi sono domandato: ‘Ma cosa sarà di me? Sopravviverò? Questo dolore alla schiena aumenterà ancora di più?’. No, mi sono chiesto: ‘Ma dalle sette lettere della parola mieloma, quale melodia scaturisce?’, usando lo stesso metodo che aveva messo in pratica Bach”.

Il calcolo mentale fu rapido: dalle sette lettere della parola mieloma scaturivano sette note: do, la bemolle, mi, si, re, do, do ……

“È bellissimo! Ho detto: ‘Ma che meraviglia!’. Una melodia in Do, che contiene il La bemolle, il sesto grado abbassato, che notoriamente conferisce una certa malinconia. Ma che bello, ma che bello!”

E qui Allevi ha svelato il miracolo: “Intanto devo ringraziare Bach, perché la scoperta di questa melodia e tutto questo ragionamento che mi sono fatto in testa mi ha distratto dalla disperazione che era già finita per un attimo sullo sfondo. E questo è un miracolo, un miracolo”.

MM22: un diario in note

Durante la lunga e sofferta degenza all’Istituto dei Tumori di Milano, già dal primo giorno Allevi si pose un obiettivo-sogno: comporre un’opera musicale che iniziasse proprio con quelle sette note. “Voglio comporre un’opera dedicata alla mia malattia. Psicologicamente, cosa c’è dietro? Forse un desiderio di ammansire questo mostro, no?”

Sul letto dell’ospedale, “con più tubi che gambe”, cominciò a comporre. Ma non per pianoforte – le mani gli tremavano troppo per via del dolore e dei farmaci, e pensava che non avrebbe mai più suonato. Scrisse invece un concerto per violoncello e orchestra: MM22 (Mieloma Multiplo 2022). Ascoltate….

“Il concerto MM22 poi si è trasformato in una sorta di diario in note, dove io ho messo tutte quante le emozioni che ho vissuto durante quel periodo difficilissimo della mia vita, in cui mi sono trovato in pericolo proprio tra la vita e la morte”.

Sul palco di Orbits è stato proiettato un frammento video di un recente concerto al Teatro La Fenice di Venezia, dove si potevano ascoltare le prime note del concerto, quelle nate dalla trasformazione in musica delle sette lettere della parola mieloma. “Che felicità!”, ha esclamato Allevi vedendo il video.

Da quelle riprese della prima prova è nato anche un film documentario, “Back to Life”, che viene proiettato al cinema in questi giorni.

Schubert, Beethoven e l’ombra del successo

Nella seconda parte del suo intervento, Allevi ha spostato l’attenzione sull’intelligenza artificiale, partendo da una storia del 1822 a Vienna. Due uomini: Ludwig van Beethoven, 51 anni, star che girava per Vienna a firmare autografi dopo aver scritto otto sinfonie. E Franz Schubert, 25 anni, compositore che “non se lo filava nessuno”, che lavorava come insegnante di pianoforte. “Se volessi trovare un aggettivo tipico dello slang contemporaneo dei giovani, si potrebbe dire che era un “simpatico sfigato” in quella situazione. Chiedo scusa a Schubert”, ha scherzato Allevi.

Schubert aveva scritto una sinfonia – oggi la conosciamo come Sinfonia Incompiuta. Aveva completato il primo e secondo movimento, abbozzato il terzo, poi aveva messo tutto in un cassetto. Perché? Pare abbia detto a un amico: “Ma io con Beethoven dove mi presento?”.

“Che carino!”, ha commentato Allevi. “C’era questa figura ingombrante, imponente, una figura di successo straordinaria che era quella di Beethoven e il giovane si sentiva non all’altezza”. Eppure, dentro quella partitura incompiuta, Schubert aveva lasciato note geniali che aprivano la sinfonia alle nuove tendenze romantiche. “Era un innovatore, ma lui non lo sapeva in quel momento”.

La lezione? “Tante volte ci può capitare di avere una sorta di fallimento, oppure di sentirci inadeguati nei confronti di un successo, e invece quello che stiamo facendo ha un’importanza tale da poter essere riscoperta molto tempo dopo. Se Schubert avesse cercato di imitare Beethoven, probabilmente non avremmo la Sinfonia incompiuta e non avremmo Schubert”.

L’IA completa l’incompiuta: ma a che prezzo?

Pochi anni fa, Allevi è stato invitato a Londra a un evento per soli 100 ospiti dove un’orchestra ha eseguito l’Incompiuta di Schubert: primo tempo, secondo tempo, e poi il terzo e quarto movimento – creati da un’intelligenza artificiale che aveva analizzato i primi due movimenti per completare l’opera.

Sul palco di Orbits sono stati fatti ascoltare due frammenti: prima una melodia del movimento originale di Schubert (“Che bella melodia! Che bellezza! Non sembra triste Schubert?”), poi un estratto del movimento creato dall’IA.

“Allora… Eh, però comunque non è male”, ha commentato Allevi diplomaticamente. Ma poi ha rivelato il suo vero pensiero: quando una TV spagnola gli chiese se avrebbe pagato un biglietto per ascoltare una sinfonia concepita dall’intelligenza artificiale, rispose: “Ci devo pensare”.

Ed è qui che si chiude il cerchio con Floridi: “Quello che conta non è un pezzettino di intelligenza artificiale che fa la differenza, ma è da dove viene questa musica, che cosa vuole veicolare”. L’IA può imitare Schubert tecnicamente, ma non può avere il dolore di sentirsi inadeguato davanti a Beethoven, non può vivere l’esperienza che genera quella particolare malinconia romantica.

Proprio come la parola “mieloma” può essere trasformata in note da chiunque, ma solo Allevi – con il suo granello di sabbia, il suo dolore, la sua paura – poteva trasformarla in una perla: in MM22, in un diario emotivo, in arte che guarisce.

Questa è stata, a mio avviso, la testimonianza più potente dell’intera giornata: la dimostrazione vivente che il capitale semantico non è un concetto filosofico astratto, ma una risorsa concreta che può fare la differenza tra disperazione e creazione, tra sentenza e libertà, tra dati e significato.

Le aziende raccontano: dal pensiero all’azione

La sessione pomeridiana ha visto Floridi dialogare con Alessandro Benetton, dando il via agli Orbits Academy Talks, con gli 11 membri della Orbits Academy – il primo percorso strategico che connette aziende, esperti internazionali e istituzioni educative.

Massimo Sideri (Corriere della Sera) ha aperto con una provocazione: “Gli esseri umani possono pensare?”. Se vogliamo confrontarci con le macchine, dobbiamo ripartire dalle domande fondamentali.

Tanti gli interventi tra cui:

  • Claudio Calvino (Fti Consulting) ha esplorato come l’AI possa amplificare il sapere umano rendendolo accessibile
  • Oreste Pollicino (Università Bocconi) ha riportato il dibattito all’etica costituzionale: la tecnologia non richiede una nuova Costituzione ma nuove interpretazioni di libertà e solidarietà
  • Fabio Moioli (Spencer Stuart) ha definito l’AI come “la nuova elettricità”, una general purpose technology
  • Giuseppe Stigliano (UCL School of Management) ha invitato le imprese a considerare il capitale semantico come nuovo asset strategico del marketing

Raffaele Gaito

A mio avviso uno degli interventi più interessanti è stato quello di Raffaele Gaito.

Durante l’intervento, partendo dalla domanda “What’s Next?”, mi ha colpito molto il suo approccio: la risposta, ha detto, non è tecnologica ma di mindset. Non si tratta di inseguire l’ultima novità o lo strumento del momento, ma di lavorare su visione, cultura e valori, perché la tecnologia passa, mentre l’approccio resta.

Gaito ha costruito la sua riflessione attorno a tre parole chiave che, come ha spiegato, possono guidarci nei prossimi anni: Apri, Coltiva, Orienta.

Apri significa aprirsi alle opportunità, alle possibilità che l’innovazione sblocca. La vera innovazione, ha detto, è quella che ci mette davanti a nuove strade, anche a quelle che magari avevamo sotto gli occhi ma non vedevamo. E per farlo dobbiamo liberarci da quella frase pericolosa che spesso si sente nelle aziende: “Abbiamo sempre fatto così.” Aprirsi, quindi, vuol dire cambiare prospettiva e chiedersi non tanto cosa posso fare io con la tecnologia, ma cosa può fare la tecnologia per me.

Poi c’è Coltiva. Perché aprirsi non basta: serve mettere radici. L’innovazione vera è quella che dura nel tempo, che cresce con costanza e pazienza. In un’epoca in cui tutto corre alla velocità della luce, Gaito ci ha ricordato che non bisogna inseguire le mode, ma costruire qualcosa di solido, che resti.

Infine, Orienta. Dopo aver aperto e coltivato, serve dare una direzione. L’innovazione non è solo sperimentazione, ma anche capacità di scegliere dove andare, di orientare le energie e le risorse verso ciò che ha davvero valore.

In sintesi, il messaggio che mi sono portato a casa è che il “next” non è una questione di strumenti o tecnologie, ma di mentalità: aprirsi al nuovo, coltivare con pazienza e orientarsi con consapevolezza.

Casi aziendali: l’innovazione in pratica

Q8 Italia – Fortunato Costantino ha riflettuto sulla necessità di un rapporto più consapevole tra essere umano e tecnologia: “L’intelligenza artificiale non è neutrale: è uno specchio in cui l’essere umano si riflette, con le sue ambizioni, paure e fragilità”.

Accenture – Stefano Sperimborgo ha presentato la visione dell’azienda sul “cognitive digital brain network”: elevare e connettere intelligenze che condividono valore e responsabilità.

Autogrill/Avolta – Alessandro Premoli e Francesca Porta hanno raccontato il progetto AI Arena, un programma di coaching per sviluppare pensiero critico: “L’AI accelera l’innovazione, ma solo l’essere umano, armato di conoscenza e curiosità, può darle senso”.

Cerved Group – Luca Peyrano ha spiegato come il gruppo costruisca un’infrastruttura che rende i dati strumenti di fiducia, dal rischio energetico al Made in Italy.

Cisco – Agostino Santoni ha chiuso invitando a leggere il nostro tempo come un nuovo “Quarto Stato”: un’umanità che avanza accompagnata dall’AI, non minacciata. “I talenti sono ovunque, ma non ovunque ci sono le opportunità”.

Una responsabilità semantica

“Chi non controlla il linguaggio non controlla il pensiero, e chi non controlla il pensiero non controlla il capitale semantico”, ha ammonito Floridi.

In una società post-AI, la questione non è più se usare l’intelligenza artificiale, ma come. Il punto non è difenderci dalla tecnologia, ma decidere cosa vogliamo fare emergere con essa.

L’intelligenza artificiale può spremere l’uva dei dati meglio di chiunque altro. Ma decidere cos’è vino buono e perché vale la pena berlo resta una responsabilità tutta umana.

Orbits 2025 si è chiuso ricordandoci che il capitale semantico va curato, creato e trasmesso. La sfida non è solo tecnica, è profondamente culturale. Solo così potremo trasformare i nostri “granelli di sabbia” in perle di significato da condividere e arricchire.

La nuova conferenza di Berlino: dati come territorio da conquistare

Uno dei passaggi più inquietanti e illuminanti dell’intervento di Floridi è stato il parallelo tracciato con la Conferenza di Berlino del 1884-85. In quella stanza 14 potenze europee si spartirono l’Africa come una “fetta di torta”, tracciando confini arbitrari con righe dritte su una mappa, ignorando completamente etnie, lingue, culture e la presenza stessa degli africani.

Floridi ha posto una domanda provocatoria ma necessaria: stiamo assistendo oggi a una nuova Conferenza di Berlino, solo che questa volta il territorio conteso non è geografico ma digitale?

I dati sono il nuovo continente da colonizzare. E proprio come nel 1884, chi ha più risorse economiche, chi arriva per primo, chi dimostra “occupazione effettiva” dei data lakes, detterà le regole. Google domina il mercato proprio perché è arrivato prima, ha accumulato quantità enormi di dati quando nessuno ne comprendeva ancora il valore strategico.

La storia si ripete, ma cambia linguaggio: allora erano materie prime fisiche (oro, diamanti, gomma), oggi sono dati e capitale semantico. Allora i confini arbitrari del colonialismo hanno generato decenni di instabilità, guerre civili, divisioni etniche. Oggi, i confini digitali arbitrari stabiliti dalle Big Tech rischiano di creare nuove forme di dipendenza e subalternità.

Chi controlla i dati controlla il significato. Chi controlla il capitale semantico controlla il futuro. E se non impariamo dalla storia, rischiamo di ripetere gli stessi errori con conseguenze ancora più profonde. La differenza? Questa volta non stiamo parlando di territori geografici che possono, col tempo, riconquistare l’indipendenza. Parliamo di infrastrutture cognitive che plasmano il modo stesso in cui pensiamo e diamo senso al mondo.

Durante l’evento è stato citato Calvino. Italo Calvino ci ricorda di combattere l’astrattezza del linguaggio e ricorda che dalla natura non si smette mai di imparare. Ecco alcuni libri che hanno suggerito di leggere durante l’evento!

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