Il tremore dell’anima: nel labirinto di fili dove Chiharu Shiota tesse memoria e destino
In questi ultimi sei mesi sono costantemente immersa nell’arte. Non è un caso, si tratta di una scelta precisa. Ci sono momenti della mia vita in cui passeggiare tra la creatività altrui è quanto mai necessario, una sorta di formazione costante, soprattutto perché ritengo che ambiti apparentemente lontani dalla nostra quotidianità come l’arte abbiamo moltissimo da insegnarci. Ultimamente ho ascoltato un’intervista della cantante Rosalìa in cui raccontava che la gestazione del suo nuovo album (in cima a tutte le classifiche a livello global) ha richiesto ben tre anni e che il primo anno lo ha passato a leggere e scrivere. Per il puro gusto di farlo. Per arricchire se stessa e fare esperienza. Direi che il risultato è qualcosa di dirompente. Non a caso anche Andrew Lloyd Webber ha incensato l’artista definendo Lux un capolavoro senza precedenti.
La bambina che disegnava con le dita
C’era una volta una bambina che giocava nel verde, vicino a un lago dietro casa. I suoi genitori erano impegnati nella fabbrica, quasi come se dovessero diventare loro stessi macchine, e lei trascorreva le giornate all’aria aperta con il fratello, pescando, raccogliendo fiori, plasmando la terra con le mani. «Ho sempre giocato fuori, raccoglievo fiori o giocavo con la terra. Facevo una specie di negozio di verdure con quadrati di fango fatti a mano e fiori o erba».
Chiharu Shiota nata nel 1972 da una famiglia che produceva casse per il pesce cercava qualcosa di diverso dal materialismo. Cercava spiritualità piuttosto che appagamento materiale, come spiega lei stessa. A dodici anni, mentre i suoi insegnanti si complimentavano per i suoi disegni, prese una decisione: sarebbe diventata un’artista. «Dipingevo ogni giorno, persino con le nude dita».
Ma nel suo passato c’è anche un’ombra indelebile. Il ricordo della casa del vicino andata a fuoco, quel pianoforte carbonizzato tra le macerie che l’avrebbe ossessionata per anni. E poi le estati dalla nonna, quando toglieva le erbacce dalla tomba, le radici aggrovigliate nel terreno sopra il corpo. Erano memorie che l’avrebbero perseguitata, intrecciandosi con il suo processo creativo come fili invisibili.

La metamorfosi – Diventare pittura
A ventiquattro anni, Chiharu smise di dipingere. Era il 1996, e quella decisione apparentemente devastante sarebbe diventata la sua più grande liberazione. «Ho sempre voluto essere pittrice, però smisi di dipingere perché tutto ciò che realizzavo pareva di qualcun altro. Intendevo trovare la mia identità nell’arte».
Durante uno scambio universitario a Canberra, in Australia, nel 1994, qualcosa cambiò irreversibilmente. Realizzò “Becoming Painting“, una performance in cui coprì il suo corpo con vernice smaltata rossa, un atto che cristallizzò il suo interesse per la fisicità dell’espressione artistica. Fu lì che un compagno di corso scambiò per errore il suo catalogo di Magdalena Abakanowicz con uno di Marina Abramović. Un errore fortuito che avrebbe cambiato il corso della sua vita.

«Non credo nelle coincidenze». Quel malinteso portò a un invito a studiare in Germania con Abramović. Era il 1996 quando si trasferì a Berlino, una città ancora segnata dalla caduta del Muro, piena di cantieri e artisti. «Ho scelto Berlino perché, dopo la caduta del Muro, è diventata molto popolare tra gli artisti».
Dopo essersi laureata in Giappone nel 1996, studiò con artiste come Marina Abramović e Rebecca Horn, entrambe figure fondamentali nell’arte della performance. Ma Shiota non voleva essere solo un’altra “artista giapponese” o “artista donna”. «Desidero essere solo Chiharu Shiota», afferma con fermezza.
I fili dell’identità
Berlino, fine anni ’90. Chiharu si spostava continuamente – nove traslochi in tre anni. «Mi svegliavo spesso non sapendo dove mi trovassi», ricorda. Iniziò a tessere con lo spago intorno ai suoi oggetti, marcando il suo territorio e successivamente incorporando oggetti usati da altre persone con le proprie storie.
Iniziò con il filo nero perché le ricordava una linea di matita, come in un disegno. «Volevo tracciare disegni nell’aria», spiega. I fili diventarono il suo linguaggio, il modo per visualizzare connessioni invisibili. «Se viviamo in questa società, siamo tutti connessi, ma queste connessioni sono spesso invisibili. Attraverso il mio lavoro voglio rendere visibili questi fili invisibili», dice l’artista.

«Il nero è più astratto, scuro come il cielo notturno o l’universo. Il rosso, invece, è come il sangue, si lega alle persone». Nel 2005, Shiota fu diagnosticata con un cancro ovarico e dopo una remissione di dodici anni, il cancro ritornò. Fu proprio in quel periodo che iniziò a usare anche il filo bianco, forse per rappresentare vita, morte, purezza e infinito.
Il pianoforte silenzioso e le barche dell’anima
Nel 2002, durante una residenza all’Akademie Schloss Solitude di Stoccarda, Shiota creò la sua prima installazione su larga scala, “In Silence”, usando lana nera per tessere intorno a oggetti e appartenenze. Al centro, quel pianoforte bruciato dell’infanzia, con i tasti carbonizzati, circondato da sedie vuote per un pubblico fantasma.

«La musica non suonerà più ma resta», scrive nel catalogo. I fili neri visualizzano nello spazio un suono che se n’è andato. «Quando osservavo il pianoforte bruciato, pensavo al silenzio dopo la distruzione».
L’esistenza nell’assenza diventa la cifra stilistica del suo lavoro.
Le barche compaiono ricorrenti nelle sue installazioni – “Where Are We Going?” (2017-2019), “Uncertain Journey” (2016). «Non lo so. Per cercare una risposta, ho inserito le barche e le ho direzionate verso il cielo». Le barche evocano visioni incerte, viaggi senza destinazione certa, oscillando tra vita e morte come l’anima stessa.
La malattia che diventa opera
«Il giorno dopo aver accettato l’invito ad allestirla, avevo un controllo medico: il dottore mi ha comunicato che il cancro era tornato, dopo dodici anni». Dovette affrontare un intervento e la chemioterapia mentre organizzava l’esposizione.

«È stato un periodo incredibilmente difficile, ho riflettuto sulla fine, su dove vada lo spirito… Non ci avevo mai pensato tanto. Mia figlia all’epoca aveva nove anni e mi chiedevo: come potrà andare avanti, senza di me? E come potrà figurarsi l’anima?»
Da questa esperienza nacque il video “About the Soul”, in cui poneva domande ad altri bambini coetanei di sua figlia. «Credo che l’anima tremi più che mai, tra guerre ed eco-catastrofi», riflette. Ma per lei l’arte non è terapia: «È qualcosa di cui ho bisogno, è più simile a un’urgenza. Può permettermi di esprimere le emozioni, ma i sentimenti profondi restano dopo che l’opera è terminata».
Nel 2005, quando si ammalò di cancro e affrontò la possibilità di morire, la sua consapevolezza di ciò che c’è oltre la scomparsa personale si ampliò. «Arrivai alla conclusione che vivere e morir appartenevano, in realtà, alla stessa dimensione», scrisse alla curatrice Mami Kataoka.
Venezia 2015 – 180.000 chiavi per aprire il passato
Il 2015 segna un momento cruciale: Shiota rappresenta il Giappone alla Biennale di Venezia con “The Key in the Hand”. La sua presentazione, composta da due barche e 180.000 chiavi collegate da fili rossi, consolidò la sua reputazione internazionale come “artista di installazioni che lavora con i fili”. Avendo visto di persona queste opere è qui che ho conosciuto questa straordinaria artista.
Ma perché le chiavi? «Le chiavi portano con sé il ricordo di qualcosa che una volta era importante per qualcuno. Ogni chiave apriva una porta, una casa, un cassetto segreto. Anche se il corpo non c’è più, si può ancora percepire la sua presenza».

La leggenda giapponese del filo rosso ritorna: quando nasce un bambino, un filo rosso è legato al suo mignolo e simbolicamente a qualcuno che sarà molto importante per lui, come un’anima gemella. «Quindi tutti siamo collegati da fili rossi invisibili». Il suo lavoro rende visibile questa mitologia personale e universale.
Le valigie della memoria

«Quando sono arrivata in Germania, avevo con me un unico bagaglio». Anni dopo, in un mercato delle pulci di Berlino, vide alcune valigie vecchie e sentì un forte desiderio di comprarle. All’interno di una trovò un giornale degli anni ’40 e una lista di cose da imballare.
«La lista era sorprendentemente simile a quella che avrei potuto stilare io». Quell’esperienza la spinse a collezionarne altre – oltre quattrocento – interrogandosi sul perché le persone viaggiano, sulle migrazioni dei popoli. «Per me, ognuna rappresenta una persona, in viaggio e alla ricerca della propria destinazione».
Nell’installazione “Accumulation – Searching for the Destination” (2021), centinaia di valigie oscillano sospese, connesse da corde rosse. Archetipi del viaggio, simboli di ricordo, spostamenti, migrazioni. «Parto sempre da un’esperienza personale e cerco di espanderla fino a renderla qualcosa di universale».

Gli abiti vuoti e la terza pelle
«Per me, la nostra prima pelle è il nostro corpo, e la seconda pelle sono i nostri vestiti, che portano ricordi personali e tracce di chi siamo. La terza pelle è l’architettura che ci circonda, gli spazi in cui viviamo»
Nell’opera “Inside-Outside” (2009), recuperò finestre dai cantieri di Berlino in continua trasformazione. «Quando osservo le finestre abbandonate nei cantieri della città, mi vengono in mente i 28 anni in cui Est e Ovest sono stati divisi e penso alla vita delle persone, che erano della stessa nazionalità e parlavano la stessa lingua».

«Non riuscivo a staccarmi da quelle finestre, ne ero quasi posseduta perché le percepivo come una pelle».

In “Reflection of Space and Time” (2018), un abito bianco e la sua immagine specchiata dialogano attraverso fili neri. «A causa dei fili neri, spesso la gente non si rende conto subito dello specchio: nell’inquadratura appaiono due abiti. Il secondo è reale, ma pure non reale... A volte una realtà è nascosta da un’altra realtà, e ciò che vediamo è un riflesso del tempo e dello spazio».

Torino – Dialogo tra Oriente e Occidente

Al MAO di Torino, la mostra si espande dall’area temporanea fino alle gallerie delle collezioni permanenti, in un dialogo diretto con le opere del museo. «Sono cresciuta nell’Asia orientale. Quando ho visto la collezione al MAO, mi è sembrata familiare. Dopo aver vissuto in Germania per così tanto tempo, a volte mi manca la cultura dell’Asia orientale».

«Quando vedo cose come una statua del Buddha o una collezione per la cerimonia del tè, sento un legame». Per l’occasione ha creato una nuova scultura con abiti buddisti tradizionali, posizionata accanto ad altre statue buddiste giapponesi. «Mi sono sempre sentita nel mezzo: non riesco a decidere a quale luogo appartengo».

La curatrice Mami Kataoka ha pensato il modo migliore per presentare le opere. «Gli spettatori vengono al museo per comprendere il significato e la storia dietro l’opera d’arte. Osservando l’arte, il loro interesse aumenta e avvertono un legame più profondo con temi come la vita, la morte, l’aldilà o il ciclo vitale».

L’esperienza immersiva – Entrare nell’opera
«Per me la prima impressione è molto importante. Fa sì che le persone vogliano esplorare di più il mio lavoro». Quando i visitatori entrano nella prima sala del MAO, si immergono in un’opera a fili rossi e barche di ferro per “Uncertain Journey”, forse tra le più note, corredata di chiavi simili a quelle che avevano invaso il padiglione Giappone alla Biennale di Venezia.

«Se non c’è una prima impressione forte, le persone potrebbero semplicemente passare senza provare nulla né voler comprendere il lavoro», sottolinea. Lo spazio ridotto del MAO, rispetto ad altre istituzioni come il Grand Palais di Parigi, rende l’esperienza più intima, più forte e delicata insieme.

«L’installazione fa parte dello spazio museale. Le dimensioni e la sensazione al tatto delle mie installazioni cambiano a seconda dello spazio. Il centro però è sempre silenzioso e mostra l’esistenza nell’assenza». Come ha dichiarato in precedenza: «Usare le reti mi permette di esplorare il respiro e lo spazio come fossero linee tracciate in un dipinto».

Ha creato anche disegni intitolati Connected to the Universe, durante la pandemia di COVID. L’opera riflette la sua convinzione che ognuno di noi abbia un universo interiore con cui l’artista vuole connettersi.

L’ultima sala ospita “Connecting Small Memories” (2019), una distesa di minuscoli oggetti-gioco, a misura di bambola, disposti con cura. Come a casa. Come essere a casa, ovunque, nel mondo. «Ho creato disegni simili, intitolati Connected to the Universe, durante la pandemia di COVID. L’opera riflette la mia convinzione che ognuno di noi abbia un universo interiore con cui voglio connettermi», racconta.

Per questa mostra ha aggiunto nuovi disegni ispirati alle tradizionali xilografie giapponesi del periodo Edo che fanno parte della collezione del museo. Hanno creato un muro appositamente per queste opere, per renderle parte dello spazio complessivo.

Il processo creativo – Dalla dolitudine alla connessione
«Penso che tutti nascano soli e muoiano soli, la solitudine fa parte dell’essere umano. Ma allo stesso tempo abbiamo bisogno di connessione per sopravvivere; non siamo abbastanza forti per esistere da soli. Tutti abbiamo paura della solitudine, ma tutti la sperimentiamo».

Il suo processo creativo incarna questo movimento dalla solitudine alla connessione. «Quando creo, l’idea inizia da me sola, ma per renderla reale ho bisogno degli altri, ho bisogno del mio team per creare queste installazioni. Quindi, il mio stesso processo creativo diventa un movimento dalla solitudine alla connessione».
I fili rappresentano le connessioni invisibili, come il sistema neurale nel cervello che collega insieme i ricordi. «Un ricordo si collega a un altro, creando una rete vivente. In questo senso, il mio filo riguarda la connessione stessa. Per me, anche la vita e la morte fanno parte di questa rete, ci collegano tutti, perché la morte è un’esperienza universale che lega ogni essere umano».
«Credo che la verità emerga per la prima volta da un’opera quando non la si può più percepire con gli occhi. Un’opera d’arte è qualcosa che si crea con il cuore. Se il compito di un artista è quello di colpire emotivamente gli spettatori, il filo che controlla il loro cuore a volte somiglia a parole che esprimono una connessione tra persone – relazioni che utilizzano fili annodati, aggrovigliati, tagliati, legati o allungati».
Tessere la propria storia
Il MAO ha attivato laboratori didattici che collegano l’opera di Shiota con la collezione permanente. Per i bambini dagli 8 anni in su ci sono tre percorsi principali:
CONNESSIONI – I partecipanti realizzano una valigia in cartoncino per raccogliere disegni, immagini e pensieri di quanto visto nella mostra, seguendo l’idea di Shiota che ogni valigia rappresenta una persona in viaggio.
SENZA PERDERE IL FILO – Si realizza una propria installazione in miniatura, partendo da una barca in filo di ferro e fili di lana da intrecciare, proprio come le monumentali opere dell’artista.
IN & OUT – Si costruiscono finestre attraversate da fili che si collegano alle finestre degli altri, rappresentando lo spazio intimo e quello pubblico, il confine tra interno ed esterno che tanto affascina Shiota.
Per tutte le età è disponibile LA MEMORIA DELLE PICCOLE COSE, ispirato dall’opera “Connecting Small Memories”. I partecipanti portano un piccolo oggetto personale da casa e lo collegano con un filo di lana agli oggetti degli altri, creando insieme ricordi e storie. Esattamente come fa Shiota nel suo lavoro: trasformare il personale in universale attraverso la connessione.
L’arte come ponte tra mondi
«L’arte non ha confini. La guerra è una questione di confini tra Paesi, l’arte è libera», afferma Shiota quando le si chiede quale sia il ruolo dell’arte in tempi difficili. «E poi non propone un’unica domanda né prevede un’unica risposta, accoglie tutto. Per questo è importante: dimostra che siamo tutti diversi, ma viviamo sullo stesso pianeta; permette a opinioni diverse di coesistere».
I problemi ecologici, le guerre, le catastrofi ci ricordano la morte, «ma la morte non rappresenta esclusivamente una fine: è un passaggio verso un altro mondo. L’anima fa parte di qualcosa di più grande di noi».
Le sue installazioni sono effimere – una volta terminata la mostra, vengono smantellate. «People see my work and my installations but my installations are ephemeral», dice. Quello che non si butta però è ciò che lascia nell’intimo questa esperienza. Le opere parlano di noi e con noi: sono un dialogo che spinge a riflettere sui legami, a volte contorti, ma senza i quali nulla, forse, possiamo essere.
Entrare nel cosmo dell’anima
Visitare la mostra di Chiharu Shiota al MAO significa prima di tutto guardare in alto, salire su una di quelle barche di fili bianchi che popolano il soffitto, poi prendere il largo. Con coscienza, con consapevolezza. Significa soffermarsi alle finestre che compongono “Inside-Outside”, recuperate dai cantieri di Berlino.

Significa immergersi in quel groviglio disarmante di fili rossi, trovarsi lì, in mezzo, emozionati. Significa incontrare “In Silence”, quel pianoforte bruciato completamente irretito da fili neri che avvolgono anche le sedie di un pubblico che non c’è. Significa scoprire abiti bianchi inclusi nelle reti, vecchie valigie connesse tra loro.

«Mi è sembrato di entrare nel cosmo della mia anima e sentirne davvero tutti i suoi tremori», potrebbe dire ogni visitatore. Perché come spiega l’artista stessa: «Il mio filo rappresenta connessioni invisibili, come il sistema neurale nel cervello che collega insieme i ricordi. Non ho mai studiato la teoria di Donna Haraway, ma il mio filo riguarda la connessione stessa».

Concediti tutto il tempo necessario per entrare in confidenza con le installazioni. Non restare solo nella sala principale, di certo la più scenografica, ma concedi una possibilità alle stanze piccole perché riservano sorprese intime e poetiche. Come quella scultura con le mani che intrecciano un reticolo di connessioni e dentro, quasi nascosta, si cela la chiave. Cosa apre quella chiave sta a te scoprirlo.
Al MAO fino al 28 giugno 2026, questa mostra è un’esperienza da non perdere. Le installazioni sono uniche, costruite specificatamente per questi spazi, e una volta terminata l’esposizione, verranno smantellate. Ma quello che rimarrà è l’eco di quel tremore dell’anima, quella vibrazione invisibile che attraversa l’essere quando qualcosa di profondo si muove.
INFORMAZIONI PRATICHE
Chiharu Shiota: The Soul Trembles
MAO – Museo d’Arte Orientale di Torino
Via San Domenico 11, Torino
Dal 22 ottobre 2025 al 28 giugno 2026
Orari:
Martedì-domenica: 10.00-18.00
Giovedì: 12.00-22.00
Chiuso lunedì
Parallelamente:
Dal 19 novembre, al MUDEC di Milano, l’installazione inedita “The Moment the Snow Melts”
Mentre se passate da Chelsea negli Stati Uniti potete vedere “Echoes Between” presso la Templon Gallery.





